“Se non sapremo creare un grande movimento planetario in difesa della rivoluzione venezuelana, non ci basteranno i giorni per pentirci”

di Geraldina Colotti per CaracasChiAma

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Gli editoriali di El Pais, in Spagna, definiscono riflessioni da “trogloditi” quelle che richiamano una similitudine tra gli attacchi che hanno portato alla caduta della “primavera allendista”, in Cile, e quelli che vorrebbero stroncare il socialismo in Venezuela.

Certo, lo scenario non è più quello del grande Novecento: da tempo i “Pinochet” hanno indossato il colletto bianco e, nella memoria artefatta dai grandi media, il colpo di stato in Cile dell’11 settembre del 1973 è stato soppiantato dal fragore che ha distrutto le Torri gemelle Usa, l’11 settembre del 2001. Soprattutto, non c’è più un campo socialista da abbattere. E anche il Vaticano sembra aver messo di lato la grande crociata dal papa polacco.

Obama non è Nixon e Kerry non è Kissinger, ma il piano per “far urlare l’economia” venezuelana, fatte le debite proporzioni, richiama fortemente quello orchestrato da Nixon contro il governo di Allende e ordinato allora alla Cia.

Come hanno provato i documenti desecretati a Washington, dai sottopalchi del potere Usa, nel corso del 1972 venne organizzato ogni genere di sabotaggio, economico, ideologico e militare per far cadere Allende, forzando sulle debolezze del suo governo.

Alla morte di Hugo Chavez, i poteri forti hanno pensato che potevano averla vinta con Maduro. Hanno intensificato gli attacchi. Guerra economico-finanziaria, discredito internazionale e sanzioni, tentativi di provocare “rivoluzioni colorate” modello balcanico, grancassa mediatica alimentata dalla retorica sui “diritti umani”, sono gli aggiornamenti di vecchie tattiche per far cadere governi non graditi ad ogni costo.

Obama non è Reagan, ma è comunque ostaggio del complesso militare-industriale, vero padrone degli Usa: a dispetto del Nobel per la pace, di bombe ne ha buttate parecchie. E non si deve dimenticare che, in America Latina, il 28 giugno ricorrono i cinque anni dal colpo di stato contro l’allora presidente Manuel Zelaya: “colpevole” di essersi voluto avvicinare all’Alleanza bolivariana per il popoli della nostra America (Alba), ideata da Cuba e Venezuela.

Benché le sinistre di alternativa siano da allora cresciute in Honduras, la truffa delle ultime elezioni mostra l’intenzione granitica dei poteri diretti da Washington di non farsi sfuggire un altro pezzo della torta centroamericana.

E vale ricordare anche il “golpe istituzionale” contro l’allora presidente del Paraguay Fernando Lugo, il 22 giugno del 2012.

Per via delle vicende mediorientali, gli Usa hanno parzialmente distolto l’attenzione dall’America latina. Ma ora hanno in corso il mega progetto di accordi commerciali e regionali, contemplato all’interno del Ttip con la Ue, e dell’Alleanza del Pacifico (Tpp) con i principali 12 paesi del bacino del Pacifico.

Un piano che mira a comprimere o a neutralizzare la promettente spinta delle nuove alleanze solidali promosse dal Venezuela, paese che custodisce le più grandi riserve petrolifere del mondo.

Al centro dell’Alleanza del Pacifico vi sono Colombia, Messico, Perù e Cile: i primi due sono sotto la presa del neoliberismo al soldo di Washington; il terzo, fallite le speranze riposte in Ollanta Humala, è semi-stordito dalle sirene delle grandi multinazionali e spalancato all’arrivo delle basi Usa; il Cile è impastoiato nelle dinamiche consociative e sta girando le spalle alla vera integrazione latinoamericana.

Che la figlia minore di Allende, Isabel, – eletta presidente del Senato per il partito della presidente Bachelet, Nuova Maggioranza – sia apertamente schierata con i golpisti venezuelani, la dice lunga sul corto circuito alimentato dai partiti di centro-sinistra, in America latina e in Europa.

Felipe Gonzalez, ex presidente del governo spagnolo ed ex presidente del Partito socialista ha mandato gli squadroni della morte (i Gal) contro i militanti baschi. E ora anima il gruppo internazionale “bi-partisan” che promuove le ingerenze in Venezuela.

Dalle Americhe all’Europa, la politica delle “larghe intese” considera il capitalismo un orizzonte insuperabile e ne tutela gli interessi. Diventa allora avversario da abbattere chi – come Cuba prima e il Venezuela ora – sta indicando un percorso alternativo.

In questo momento di rinnovato attacco al socialismo bolivariano, conviene ascoltare il monito del filosofo messicano Fernando Buen Abad :“Se non sapremo creare un grande movimento planetario in difesa della rivoluzione venezuelana, non ci basteranno i giorni per pentirci”.

La casta politica mette alla prova la tolleranza del popolo cileno

Il seguente articolo della rivista cilena Punto Final ci offre una panoramica sulla situazione cilena ed un tentativo dal basso per la costruzione di un futuro migliore per il paese.

Un tratto particolare della nostra crisi –che laaggrava ancora di più- è che sembra non inquietare nessuno. Il popolo è assentedal dibattito, forse narcotizzato dalla televisione e dalla carta di credito; oforse con la sua indifferenza esprime una forma più profonda di ripudio allacasta politica.    

CHILE-Multitudinaria-Marcha-Familiar-AP_CLAIMA20110808_0155_7Il Cile, vittima dell’avidità, della corruzione, e dell’incompetenza della casta politica, si trova sommersa in una profonda crisi senza soluzione, nel contesto del modello economico e della Costituzione imposti dalla dittatura. Quella camicia di forza riproduce all’infinito gli abusi e le perversioni che hanno delegittimato le istituzioni, i partiti e gli organi dirigenti. La corruzione che generano è un’ombra viscosa che contamina tutto ciò che tocca, incluso la Chiesa e le forze armate.

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