Roma-Ayotzinapa: la solidarietà degli studenti supera gli oceani

di Davide Angelilli (Caracas Chiama) per CubaInformazione

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Dal 17 aprile, sta girando per tutta Europa una carovana composta da familiari, amici e compagni dei 43 studenti “normalistas” sequestrati dalla polizia messicana e tuttora “desaparecidos” in seguito alla cruenta repressione di una manifestazione popolare avvenuta circa Sette mesi fa nello Stato di Guerrero in Messico. Mercoledì scorso la caravana è giunta a Roma, dove si è realizzato un importante incontro con i collettivi studenteschi della capitale italiana. Gli studenti sono i protagonisti nelle Scuole “Normales” rurali, sorte negli anni Trenta per fare dell’educazione un “fortino” dell’emancipazione delle classi più povere del Messico.

La scuola di Ayotzinapa, dove studiavano i 43 giovani tuttora scomparsi, prende il nome di Raúl Isidro Burgos: il giovane professore che fondò questa scuola, stimolato dalla solidarietà verso gli sfruttati delle comunità contadine. Il messaggio che la carovana ha trasmesso a Roma è chiaro. Si tratta proprio della solidarietà e della complicità a favore delle classi più povere quello che non tollera lo Stato messicano, nonché il sistema di potere che governa il paese. Una solidarietà, quella delle Scuole “Normales”, che, di fatto, si materializza in educazione pubblica aperta a tutti, diretta alle comunità rurali e indigene. Un’educazione del tutto in antitesi con quella promossa dal governo di Enrique Peña Nieto che privatizza tutto ciò che è possibile, colpendo duramente ogni giorno sempre di più i diritti sociali del popolo.

Dinnanzi alla più completa impunità nei confronti della polizia, tutti coloro che sono solidali con gli studenti si stanno riversando nelle strade per urlare la loro indignazione nei confronti della corruzione dilagante all’interno delle più alte sfere governative completamente colluse con le élites criminali che padroneggiano in Messico. Un grido di rabbia e di rivolta che accomuna non pochi settori popolari del paese: dai movimento zapatista fino ai sindacati. Una lotta trasformatrice, che la carovana ha trasmesso fino a sotto l’Ambasciata di quel paese nordamericano in Italia, trovando la solidarietà attiva da parte dei movimenti sociali di Roma. Dopo l’azione di protesta sotto l’Ambasciata, ha avuto luogo un dibattito pubblico presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Con la partecipazione di comitati di migranti, organizzazioni della sinistra italiana e collettivi studenteschi.

Tra questi, i giovani della “Sapienza Clandestina”, che nei giorni anteriori avevano realizzato azioni in seno all’Università per sensibilizzare e informare sul caso dei “Normalistas”. Così come in Messico, anche in Italia le organizzazioni studentesche si stanno mobilitando con forza contro la privatizzazione dell’educazione e in difesa del diritto allo studio. Da oltre due anni l’organizzazione “Sapienza Clandestina” ha occupato uno spazio dentro l’università – una delle più grandi d’Europa – trasformandolo in un centro sociale.

Il movimento ha due obiettivi principali: (1) che gli studenti diventino i veri protagonisti all’interno dell’Università; (2) che si pongano le basi per l’organizzazione di una Resistenza contro la distruzione sistematica dell’università pubblica. Come già è accaduto in passato, il movimento studentesco non è isolato. In questa lotta gli studenti sono accompagnati da parecchi movimenti sociali e politici della Capitale, ivi compreso il Coordinamento per il Diritto alla Casa. Sicché, all’interno di questa lotta, le iniziative internazionaliste hanno sottolineato l’importanza di costruire relazioni di solidarietà contro lo stesso nemico: il modello capitalista e neoliberale a livello mondiale.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani]

A sei mesi dalla sparizione dei 43 normalisti: l’autoritarismo di Peña Nieto aumenta

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Traduzione di Raffaele Piras

Sono passati già 6 mesi da quando il governo messicano ha compiuto un massacro senza precedenti nella storia del paese. Il 26 settembre del 2014 a Iguala, Guerrero, è stato massacrato un gruppo di studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa e sono stati poi detenuti/fatti sparire 43 di loro.

Da allora un movimento multitudinario ha preso le strade esigendo giustizia. Praticamente in tutto il paese studenti, lavoratori e le fasce più povere della popolazione si è riversata in strada con il motto Vivos se los llevaron, vivos los queremos !

Le proteste hanno raggiunto un punto molto avanzato di mobilitazione il 20 novembre del 2014. Molti analisti considerano quella manifestazione storica per diversi motivi: l’imponenza, l’emotività e l’unità tra sindacati e settori popolari. I numeri della mobilitazione variano, ma chi di noi si trovava in quel fiume umano che ha protestato da diversi punti sa che eravamo almeno centinaia di migliaia, e diversi mezzi di comunicazione hanno calcolato in 2 milioni la cifra di manifestanti in tutto il Messico.

Anche l’emotività fu impressionante: per un momento avevamo obbligato il governo federale a sgomberare il Zócalo di Città del Messico e ad annullare la parata militare. La partecipazione del movimento giovanile e popolare si è affiancata ai sindacati, come quello dei lavoratori della telefonia, nella realizzazione di uno sciopero nazionale, confluendo nella mobilitazione in tutto il paese.

Il caso Ayotzinapa ha messo in crisi il regime messicano. Le parole d’ordine della mobilitazione recitavano #FueElEstado. Il movimento ha colpevolizzato tutti i partiti del congresso (PRI, PAN, PRD) e ha denunciato che tutto il paese è marcio.

Gli eroici familiari dei 43 studenti non hanno cessato di mobilitarsi giorno e notte per ottenere la presentazione con vita dei ragazzi, e hanno sollecitato una trasformazione dalla radice di tutto il paese. Insistono che è stato lo Stato e hanno denunciato che il Batallón 27 delle forze armate si trova implicato nel massacro.

Anche se il governo cerca di insabbiare la vicenda presentando la verità storica secondo cui i 43 sarebbero stati bruciati nella discarica di Cocula dal crimine organizzato, ci sono indizi dei periti del Equipo Argentino de Antropología Forense, di accademici universitari e degli stessi familiari delle vittime che vedono probabile che le forze armate siano implicate nel massacro.

Offensiva reazionaria: Peña Nieto vuole superare il caso Ayotzinapa e spinge a votare alle prossime elezioni.

Il regime messicano ha realizzato una forte offensiva reazionaria contro il movimento che esige la presentazione con vita dei 43 studenti. In primo luogo la Procuraduría General de la República ha dichiarato che esiste una sola verdad histórica sul caso Iguala: gli studenti sono morti a causa del crimine organizzato.

In secondo luogo il regime è tornato a ricorrere alla repressione a ogni manifestazione. Il 20 novembre, per esempio, gli studenti che sono stati detenuti sono stati portati in carceri di massima sicurezza, seminando il panico nella mobilitazione. A inizio anno è stato assassinato l’attivista Gustavo Salgado a Cuernacava, militante del FPR, ed è stata giustiziata Norma Angélica, della Comisíon de Búsqueda de Familiares Desaparecidos a Iguala.

Con il logoramento della mobilitazione e l’impotenza della strategia delle direzioni sindacali nell’avanzare un piano unificato che concentri lo scontento nazionale, il regime ha avanzato ancor di più con una forte offensiva contro i lavoratori.

Ha imposto un nuovo taglio alla PEMEX con più di 100mila licenziamenti annunciati, tagli alla sicurezza sociale (IMSS, ISSSTE) e ha anticipato la volontà di riforma dell’apparato B dell’articolo 123, che liquida il diritto allo sciopero e alla contrattazione collettiva dei lavoratori del settore pubblico. Ha avuto luogo, inoltre, un recorte alle libertà democratiche con il licenziamento di Carmen Aristegui del MVS, per aver diffuso i casi di corruzione del governo di Peña Nieto.

L’offensiva continua con l’iniziativa di legge che prevede la privatizzazione dell’acqua: gli impresari potranno privatizzare il diritto umano all’uso del liquido vitale.

Il Consejo Coordinador Empresarial, massima organizzazione dei capitalisti del paese, ha lanciato un appello affinché il prossimo processo elettorale si sviluppi nel segno della normalità.

L’esercito messicano in diverse occasioni ha insistito affermando che continuare a diffondere l’idea secondo cui il Batallón 27 sia implicato nella sparizione dei 43 studenti altro non è che una provocazione; mentre l’incaricato alla sicurezza insiste spiegando che i prossimi comizi elettorali si realizzeranno:’’Llegaron a ser desalojadas siete juntas electorales, las siete ya han sido recuperadas. No veo que haya condiciones para que se pueda alterar el proceso electoral’’.

La repressione autoritaria ha raggiunto anche la comunità accademica: per decreto della Secretaria de Gobernación è stato chiuso l’accesso alla Galera 1 dell’Archivo General de la Nación (AGN), in cui lavoravano centinaia di storici alla ricerca di dati di sparizione forzata degli anni 70. Nell’AGN ci sono gli archivi della c.d. ‘’Guerra Sucia’’.

La Comisión Nacional de Derechos Humanos (CNHD) ha emesso oggi una dichiarazione: dopo Ayotzinapa in Messico non siamo più gli stessi. I familiari dei 43 ragazzi, non ricevendo nessun aiuto dalla CNHD, hanno viaggiato in Caravana fino alla Comisión Interamericana e si trovano oggi negli USA per realizzare proteste ed azioni.

A 6 mesi dalla sparizione, Peña Nieto ha lanciato un appello alla partecipazione alle prossime elezioni, e ha dichiarato che ‘’a giugno avranno luogo i comizi più controllati e trasparenti della nostra democrazia’’. Nel messaggio diffuso nella pagina web della presidenza ha dichiarato: ‘’presentiamoci alle urne e riaffermiamo la nostra fiducia verso le istituzioni democratiche, perché con ciascun voto costruiamo un Messico più forte’’.

La democrazia messicana è la ‘’democrazia’’ dei più di 160mila morti, dei 25mila desaparecidos e delleimages migliaia di sfollati. La nostra democrazia ha convertito il Messico in una fossa clandestina. La sottomissione ai piani statunitensi, con l’applicazione della riforma educativa, del lavoro, energetica, e la forte militarizzazione del paese, hanno messo in evidenza che la nostra democrazia è una ‘’barbarie’’, come detto in diverse occasioni 50 anni fa l’intellettuale marxista José Revueltas.

La storia però è ancora più assurda, e supera le storie di terrore e umore nero. L’Instituto Nacional Electoral (INE) ha scelto uno dei 43 normalisti scomparsi come scrutatore elettorale.

Dal Movimiento de los Trabajadores Socialistas stiamo portando avanti una campagna verso le prossime elezioni in Messico. Pensiamo che questo regime politica sia marcio e irriformabile, e che i lavoratori non debbano votare nessun partito politico del Congresso: né PRI, né PAN, né PRD.

Nel caso del Morena (Movimiento Regeneración Nacional, ndr), anche se si considera un oppositore, nei fatti non ha partecipato a nessuna mobilitazione di ripudio al governo. Come si sa, Andrés Manuel López Obrador ha appoggiato José Luis Abarca, ex sindaco di Iguala e uno dei principali responsabili del massacro del Guerrero. Con la sua strategia utopistica di riformare e democratizzare le istituzioni esistenti, un eventuale rafforzamento del Morena sarebbe solamente funzionale alla legittimazione di questo regime assassino.

Dobbiamo sostenere l’appello dei familiari degli studenti normalisti spariti e ripudiare il processo elettorale. A queste elezioni i lavoratori e le fasce più povere non hanno alternativa. Annulliamo il nostro voto con il motto #Nosfaltan43!

Fonte :
http://www.laizquierdadiario.com/A-seis-meses-de-la-desaparicion-de-los-43-el-autoritarismo-de-Pena-Nieto-aumenta

Non lasciamo sola la speranza venezuelana.

di Geraldina Colotti per CaracasChiAma

107156-mdGli Stati uniti hanno minacciato sanzioni alla Germania. Per gli oltre 350 fermi dei manifestanti che hanno protestato contro la Bce nei giorni scorsi? Non scherziamo: secondo quanto ha dichiarato il vice-cancelliere tedesco, le sanzioni Usa al potente alleato europeo sarebbero arrivate in caso il governo tedesco avesse dato asilo all’ex consulente Cia Edward Snowden, che ha divulgato il grosso scandalo del Datagate, e che poi ha trovato rifugio in Russia. Com’è noto, Snowden ha fatto conoscere l’estensione planetaria dello spionaggio Usa, il cui intreccio economico-politico va ben oltre la sempiterna retorica sulla “lotta al terrorismo” che giustifica le aggressioni neocoloniali. Tanto che la minaccia è stata quella di interrompere le relazioni tra servizi segreti proprio sul tema della sicurezza: per ritorsione, gli Stati uniti non avrebbero più avvertito la Germania di eventuali attentati in arrivo nel loro paese… Una bella lezione di moralità da parte di un governo che impone sanzioni al Venezuela bolivariano in nome della “difesa dei diritti umani”.

In America Latina – ha rivelato Snowden -, gli Usa hanno molti punti di intercettazione clandestina e basi militari sotto copertura, pronti a tessere le proprie trame nei punti considerati a rischio per i propri interessi. In barba alla tanto sbandierata difesa della privacy. Le parole dell’ambasciatore statunitense all’Osa, secondo il quale il suo paese non complotta contro il governo bolivariano, lasciano quindi il tempo che trovano. E ha ragione il governo Maduro a moltiplicare gli appelli alla solidarietà internazionale per far capire al Nordamerica che “non può passare”.

Lo scandalo del Datagate ha mostrato che le agenzie per la sicurezza Usa hanno spiato la presidente brasiliana Dilma Rousseff, e anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, tanto per non farci dimenticare che, se si tratta del portafoglio, gli amici non contano. Soprattutto, gli spioni nordamericani hanno messo il naso (e le zampe) negli interessi petroliferi brasiliani e osservato da vicino quelli del Venezuela bolivariano. Con quel livello di pervasività e di controllo delle informazioni, difficile escludere la messa a segno di colpi bassi nel mercato finanziario e nei corsi del petrolio, attualmente in forte calo. Una situazione che ha penalizzato un paese ancora troppo dipendente dai proventi del petrolio, come il Venezuela e che si trova al centro di una rete di erogazione solidale ai paesi dell’America latina e dei Caraibi. Difficile dar torto ai presidenti progressisti dell’America latina che, dal Brasile all’Argentina, al Venezuela, dal Nicaragua, alla Bolivia, all’Ecuador, denunciano un attacco concentrico dei poteri forti.

Lo schema utilizzato è sempre lo stesso: quello di innestare le cosiddette “rivoluzioni colorate” contro i governi antipatici aguarimberos_con_traje_de_bano Washington, modulate a seconda della storia e dei problemi esistenti nello scacchiere mondiale e nei diversi paesi. Il tono d’avvio, è sempre dato da qualche gruppo di “pacifici studenti” modello Otpor nella ex Jugoslavia, ben finanziato e ben amplificato dalla propaganda internazionale attraverso le reti sociali. Anche la genericità dei temi è un modulo ricorrente: si protesta contro “la corruzione, il regime, per la libertà di stampa, la liberazione dei prigioni politici, e via discorrendo”.

E così, in Venezuela, i golpisti diventano improvvisamente campioni di democrazia, mentre in Messico, o in Spagna o in Germania, chi protesta per chiedere “pane, lavoro, un tetto e dignità” può essere manganellato e imprigionato in nome di quella stessa democrazia (borghese).

E così, anche in Brasile, sarebbero stati due sconosciuti “gruppi di studenti di classe media” a lanciare in internet la poderosa manifestazione contro il governo Rousseff che si è vista di recente, e che ha costituito una vera e propria prova di forza delle destre brasiliane.

Un ricatto incombente soprattutto sulle forze dell’alternativa, obbligate nei momenti di emergenza a silenziare la critica al moderatismo e agli errori di chi li governa per evitare un “rimedio” ben peggiore del male. E parliamo principalmente dell’involuzione e delle pecche del PT in Brasile, che già hanno vita lunga. Non a caso, movimenti e sinistra hanno dato a Rousseff un voto sotto condizione, aspettandosi passi avanti significativi.

Ma anche le destre e i loro padrini a Washington intendono condizionare con ben altri sistemi le politiche della nuova America latina: per accerchiare o depotenziare quei paesi, come il Venezuela, che più hanno rimesso in questione i rapporti di proprietà capitalistici.

Le prese di posizione del vicepresidente uruguayano Raul Sendic, molto morbide nei confronti di Washington nel giudicare l’attacco al Venezuela, non lasciano ben sperare sul governo di Tabaré Vazquez, succeduto a Mujica. E se nella Unasur non ci fossero Ecuador e Bolivia a controllare la solidarietà col Venezuela, il controllo passerebbe all’indirizzo prevalente di Vazquez (presidente pro-tempore) e a quello del segretario generale, il colombiano Ernesto Samper, il cui paese – insieme al Perù e al Cile – appartiene all’asse portante della neoliberista Alleanza del Pacifico a guida Usa (altro caposaldo, il Messico).

La partita che si gioca in Venezuela è determinante, sia sul piano concreto che su quello simbolico e sul piano dei rapporti continentali. Così com’è determinante la tenuta di Cuba e la sua ferma intenzione di non cedere ai ricatti del “disgelo” con gli Usa, consegnando “la testa” del Venezuela.

L’imperialismo ce la sta mettendo tutta per volgere a suo vantaggio la situazione in tutti e tre i piani: sul piano economico, sul piano simbolico e su quello delle relazioni internazionali. Quella che si è vista l’anno scorso, è stata la rivolta dei ricchi, non di chi protesta per chiedere “pane, lavoro, un tetto e dignità”. Le code che si vedono a Caracas non sono quelle dei poveri alla Caritas in Italia, in Spagna, in Grecia, che fanno fatica a sopravvivere. Nonostante la guerra economica contro il governo Maduro, la gente in coda ha di che comprare le merci che arrivano, e anche in modo compulsivo. Nonostante la crescita dell’inflazione, i salari e le pensioni, in Venezuela, sono aumentati, e la povertà estrema è diminuita: segno che il governo non ha messo al centro gli interessi del “mercato”, ma quello dei meno favoriti. Eppure la propaganda mediatica presenta le cose esattamente al contrario.

“Siamo una speranza, siamo il governo della strada, l’America latina del XXI secolo sarà lo scenario di grandi trasformazioni”, ha detto Nicolas Maduro. E tuttavia, a fronte di una congiuntura economica poco favorevole, la pressione sul Venezuela bolivariano sarà tanto più pesante quanto più prevarrà un indirizzo moderato nelle alleanze regionali dell’America latina. Il discorso vale anche per la politica interna del Venezuela. Le destre dicono che l’attacco di Obama fa il gioco del chavismo, perché ricompatta l’unità interna. Ma è davvero così? Il richiamo al nazionalismo e alla difesa della patria, amplificati dopo le ritorsioni Usa e il pericolo di un’aggressione militare, comportano anche dei rischi: essere solo “patrioti” e non socialisti a 16 anni dall’inizio del “proceso”, non è un ritorno indietro? Quanti opportunisti possono saltare sul carro per poi debilitare la rivoluzione dall’interno? E che dire di quei funzionari che hanno portato all’estero finanze sottratte al bene pubblico? Fuori e dentro il Psuv – che per fortuna sta mostrando grandi segni di rinnovamento – le denunce di carenze e inadempienze che provengono dalla parte più cosciente del socialismo bolivariano devono trovare una sponda e senza prestare il fianco alla destra. Altrimenti, si fa il gioco di quelli che vorrebbero proporre la cosiddetta “terza via” (moderata) per raccogliere i voti dei delusi o degli indecisi. Il socialismo non ha come obiettivo quello di rimpinguare le tasche dei nuovi ricchi.
Anche se indossano una camicia rossa.

 

L’imperialismo oggi. “Diritti umani o interessi di classe?”

clip_image052di Geraldina Colotti per CaracasChiAma

La bandiera dei diritti umani, si sa, può essere tirata da tutti i venti e non è detto che il vento più forte ne scopra il lato veritiero. E così, il presidente di uno stato che si considera il gendarme del mondo dichiara, senza paura del ridicolo, che il Venezuela è “una minaccia straordinaria” per la propria sicurezza nazionale, e decide di emettere sanzioni contro il governo di Nicolas Maduro per presunte violazioni ai diritti umani. Come può un paese piccolo il cui esercito non ha mai aggredito nessuno minacciare gli Stati uniti? Qualunque essere senziente dovrebbe porsi la domanda, e poi chiedersi ancora: con quale credibilità può ergersi a paladino dei diritti umani un governo come quello Usa, promotore di guerre e barbarie, alleato e complice dei governi più liberticidi? L’ipocrisia risulta più evidente osservando il disinteresse per i dati provenienti dal Messico, un paese in cui scompare una persona ogni 90 minuti. Ecco quanto ha appurato Juan Mendez, relatore speciale delle Nazioni unite sulla tortura e altri tratti o pene crudeli, inumane e degradanti: in Messico, la tortura è generalizzata e viene applicata in un contesto di totale impunità. Recita il rapportoprotesta-despaarecidos-turq_0_0_628_524_94_0_765_560 Onu: “La tortura e i maltrattamenti durante i momenti che seguono alla detenzione e prima del deferimento al giudice, in Messico sono generalizzati e avvengono in un contesto di impunità”. Il relatore ha visitato il paese tra il 21 aprile e il 2 maggio del 2014, dunque prima della scomparsa dei 43 studenti “normalistas”, attaccati dalla repressione congiunta di polizia e narcotrafficanti il 26 settembre del 2014. Un caso che ha commosso il mondo e che ha portato sotto i riflettori la terribile realtà delle scomparse in Messico e l’eliminazione degli oppositori politici. La relazione di Mendez dice che, nella pratica corrente della tortura “ è evidente la partecipazione attiva delle forze di polizia e di quelle ministeriali di quasi tutte le giurisdizioni, e anche quella delle Forze armate”, e che risulta anche “la tolleranza, indifferenza e complicità da parte di alcuni medici, difensori pubblici, giudici e procuratori”. Il relatore denuncia altresì che, soprattutto nelle prime fasi dell’arresto, le possibilità di preservarsi dalla tortura e dagli abusi e di chiedere “un’inchiesta rapida, imparziale, indipendente ed esaustiva sono minime”.

Non ce ne sarebbe a sufficienza per sanzionare il governo neo-liberista di Enrique Pena Nieto, grande amico degli Usa?

E che dire dell’Honduras, paese in cui dopo il golpe del 2009 contro il presidente Manuel Zelaya gli assassinii di oppositori politici e di giornalisti sono moneta corrente al pari del Guatemala dell’ex generale Otto Pérez Molina?

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In tutta evidenza, quelli che gli Usa difendono, non sono “diritti”, ma interessi: interessi di classe, di rapina e di mercato, imposti con le guerre imperialiste che li alimentano. “La vera minaccia per il popolo degli Stati uniti è il suo governo”, ha detto Nicolas Maduro. Come dargli torto?

Washington difende gli interessi dei golpisti venezuelani, messi in carcere non per le loro idee, ma per atti concreti, per dei reati che, negli Usa e in Europa, sarebbero costati ergastoli o poco di meno. In Italia, in Spagna, in Germania, ne sanno qualcosa i movimenti rivoluzionari di ieri e di oggi. E gli Usa, non hanno forse tenuto in carcere per 16 anni i cinque eroi cubani e lasciato liberi gli eversori di Miami? E non rimane da oltre trent’anni nelle carceri Usa l’indipendentista portoricano Oscar Lopez Rivera? E l’Italia non ha forse messo in galera quasi 6.000 militanti della lotta armata di sinistra degli anni ’70-80? Non hanno forse torturato le democrazie italiana e spagnola e condannato a centinaia di ergastoli i militanti brigatisti e quelli baschi?

In Venezuela, il 27 febbraio del 1989, durante la rivolta popolare denominata il Caracazo sono state uccise e fatte scomparire circa 3.000 persone: ma non c’è stata condanna per l’allora governo Pérez che ha dato ordine di sparare sulla folla inferocita dalla fame e dall’esclusione sociale. “Mano dura contro gli incappucciati”, proclamava l’allora governatore di Caracas Antonio Ledezma… E nessuna condanna è stata emessa dagli organismi internazionali dopo il colpo di stato contro il legittimo governo di Hugo Chavez, nel 2002. Anche allora, Ledezma era della partita, insieme alla pasdaran degli Usa, Maria Corina Machado e all’altro golpista Leopoldo Lopez. Quest’ultimo, come hanno mostrato i documenti pubblicati da Wikileaks – il sito che ha reso noto il Cablogate -, è al soldo di Washington da vent’anni. Tuttavia, mentre lui ha potuto liberamente complottare in Venezuela, fino alle violenze dell’anno scorso, il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, ha dovuto rifugiarsi nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra per sfuggire all’ira di Washington. Quanto a Henrique Capriles, altro ex golpista, sobillatore delle violenze post elettorali dell’aprile 2013, oggi è più defilato, ma il programma che propone il suo campo non è meno insidioso.

E’ dunque il “diritto al golpismo” quello che gli Usa difendono, il diritto a sovvertire i governi non subalterni, il diritto a cancellare il cambiamento più profondo che abbia mai interessato il Venezuela: una rivoluzione per le classi popolari in un paese che custodisce le più importanti riserve certificate di petrolio al mondo.

Eppure, anche alcuni dirigenti della sinistra, in Europa e nell’America latina, hanno agitato la bandiera dei “diritti umani” come un’arma contro il Venezuela: in Spagna, Pablo Iglesias ha dichiarato di essere contrario alla detenzione di Ledezma; in Uruguay, il vicepresidente Raul Sendic (subito corretto dalle dichiarazioni dell’ex presidente Pepe Mujica) ha affermato che “non ci sono prove” delle ingerenze Usa in Venezuela; in Argentina, un candidato di sinistra alla presidenza, Jorge Altamira, ha difeso la ex deputata Machado e ha accusato di golpismo il governo bolivariano. Di tutt’altro tenore, invece, le dichiarazioni della presidenta argentina Cristina Kirchner, che ha ben chiara a portata del progetto reazionario perseguito dai poteri forti contro l’America latina progressista, dal Venezuela, all’Argentina, al Brasile. E tuttavia, in Europa e in Italia in particolare, si continua a parlare dell’esistenza di “due sinistre” latinoamericane: una, bollata come “caudillista” a cui, nell’eredità di Cuba, appartengono il Venezuela e i paesi dell’Alba. Un progetto da sanzionare e contrastare. Un’altra, più soft e accettabile, più simile alle tanto decantate democrazie europee, a cui apparterrebbero paesi come Uruguay e Brasile. Una sinistra da giocare in chiave antisocialista, anche se – all’atto pratico – risulta appartenere al campo delle relazioni solidali sud-sud. Ma, intanto, su questa scia e nel solco di Washington, il Parlamento europeo ha condannato il governo Maduro per le presunte “violazioni dei diritti umani” dell’opposizione.

Nicaragua_Libre_Ninha_Grafiti_450RDavvero la bandiera dei diritti umani non basta (e a volte non serve) per indicare un giudizio se non a patto di assumersi fino in fondo la propria scelta di campo. Il campo della borghesia è quello che, con un discorso analogo a quello pronunciato da Obama contro il Venezuela, nel 1980 ha condannato il Nicaragua sandinista alla barbarie dei Contras per bocca di Ronald Reagan. Il campo della borghesia ha dalla sua i grandi media e la loro lingua biforcuta, che capovolge i dati e il senso delle cose. E così, la Dea (l’antidroga Usa), con una mano favorisce il narcotraffico per pagare l’eversione contro il socialismo, con l’altra definisce narcotrafficanti gli stati come la Bolivia che rifiutano la sua tutela, o persegue con la stessa accusa le organizzazioni armate, come le Farc in Colombia, che lottano a fianco dei contadini e dei diseredati. E ora rivolge la medesima arma contro il Venezuela, benché abbia facilitato il processo di pace tra Farc e governo Santos fin dal principio. O appunto per questo.

L’altro campo, è quello di chi ha a cuore la libertà e la giustizia sociale, un binomio inseparabile e un termometro di civiltà. Il campo di chi riconosce il diritto inalienabile di un popolo a scegliere, in modo trasparente e consapevole, il cammino per realizzarle. Il campo di chi difende il diritto degli oppressi al proprio riscatto e non ha paura di farsene contagiare.

Donne: schiave del Potere

 di Maddalena Celano, pubblicato il 28 febbraio 2015 su www.ilsudest.it

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Un inquietante e scandaloso dossier-giornalistico, un Fandango Tascabili(Collana Documenti), copertina bianca ed abbastanza maneggevole, riporta sin dalla prima pagina (l’ introduzione, a pag. 9) questo aneddoto:

Quando avevo sette anni mia madre raccomandava a me e mia sorella Sonia, ogni volta che uscivamo in strada, di evitare la “ruba-bambine”, una vecchia nota nel quartiere perché rapiva le femmine; le attirava regalando caramelle e poi le vendeva ad estranei. La parola equivalente in inglese, “kindnapper”, attualmente è utilizzata per indicare il sequesto di persone di qualsiasi età. Quarant’ anni dopo quelle lezioni infantili, ho scoperto che ciò che da piccola mi sembrava un aneddoto tratto da un racconto di Dickens era diventato, con il passare del tempo, uno dei problemi più seri del XXI secolo. La società in generale tende a considerare la tratta di bambine e donne come una reminiscenza di un passato in cui la “tratta delle bianche” era un commercio minore proprio dei pirati che sequestravano donne per venderle a bordelli di paesi lontani. Credevamo che la modernizzazione e le forze del mercato globale l’ avrebbero sradicata e che gli abusi contro l’ infanzia negli angoli sperduti del “terzo-mondo” sarebbero scomparsi al semplice contatto con le leggi occidentali e l’ economia di mercato. La ricerca che è alla base di questo libro dimostra esattamente il contrario. Il mondo sta sperimentando un autentico boom di reti organizzate che rapiscono, comprano e schiavizzano bambine e donne; le stesse forze che, in teoria, avrebbero dovuto sradicare la schiavitù l’ hanno invece potenziata a livelli inauditi. In tutto il pianeta stiamo assistendo allo sviluppo di una cultura che tende a rendere normali il rapimento, la sparizione, la compravendita e la corruzione di bambine e adolescenti, allo scopo di trasformarle in oggetti sessuali da affittare o vendere; una cultura che per di più promuove la mercificazione dell’ essere umano come fosse un atto di libertà o progresso. Soggiogate da un’ economia di mercato disumanizzante, che ci è stata imposta come destino ineluttabile, milioni di persone considerano la prostituzione un male minore e scelgono di ignorare lo sfruttamento e i maltrattamenti che comporta, insieme a un sempre maggior potere del crimine organizzato, dove più dove meno, nel mondo intero. Nella mappa internazionale del crimine organizzato mafiosi, politici, militari, imprenditori, industriali, guide religiose, banchieri, poliziotti, giudici, sicari e uomini comuni costituiscono un’ enorme catena che resiste da secoli. La differenza tra delinquenti solitari, o piccoli raggruppamenti di bande locali, e reti criminali globalizzate consiste nelle strategie d’ azione, nei codici di comportamento e nelle tecniche di mercato…La tratta di esseri umani, documentata in 175 nazioni – mette in luce la debolezza del capitalismo globale e la disparità provocata dalle regole economiche dei paesi più potenti; ma, soprattutto, evidenzia come la crudeltà umana e i processi culturali che l’ hanno rafforzata siano diventati un fenomeno ordinario. Ogni anno nel mondo 1.390.000 persone, nella stragrande maggioranza donne e bambine, sono ridotte allo stato di schiavitù….”.

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