Che Guevara: l’emblema dell’uomo-nuovo che si presenta come una tempesta sullo zucchero.

di Maddalena Celano da www.ilsudest.it

 

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Ernesto “Che” Guevara insieme a Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre

 

 

L’Argentino che ha rivoluzionato Cuba: inventore e profeta del terzomondismo.

“Davanti a tutti i pericoli, davanti a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, davanti a tutti i seminatori di discordia, davanti a tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, ancora una volta, la capacità del popolo di costruire la sua storia”. Ernesto Che Guevara, Da Opere, v. 3, pt. 1. a cura di Carlos Varela, Feltrinelli

“Noi ci schieriamo a fianco di coloro che vogliono mutare al tempo stesso la condizione sociale dell’uomo e la concezione ch’egli ha di se stesso”. Jean-Paul Sartre, Présentation de Les Temps Modernes (1945).

“La conquista è fatta con la violenza; il supersfruttamento e l’oppressione esigono il mantenimento della violenza, e di conseguenza la presenza dell’esercito (…) Il colonialismo nega i diritti umani a uomini che ha sottomesso con la violenza, che mantiene con la forza della miseria e dell’ignoranza e quindi, come direbbe Marx, in una condizione di “sub-umanità”. Nei fatti stessi, nelle istituzioni, nella natura degli scambi e della produzione, è iscritto il razzismo”. (J.-P. Sartre, Portrait du colonisé, 1957)

Il filosofo francese J.-P. Sartre, affascinato ed incuriosito dagli accadimenti rivoluzionari cubani e dai suoi protagonisti, decise di recarsi nell’isola caraibica e stilarne un vasto ed approfondito reportage. Perciò scrive, il 9 luglio del 1960, sulla rivista France-Soir un resoconto del suo viaggio a Cuba: “Il più grande scandalo della rivoluzione cubana non è quello di aver espropriato i piantatori ma quello di aver messo dei bambini al potere. Da anni i nonni, i padri e i fratelli maggiori aspettavano che il dittatore fosse morto per dargli il cambio: si andava avanti per promozione di anzianità. In previsione del giorno in cui sarebbe cambiata la squadra, i partiti si prendevano l’incarico rischioso di proclamare pubblicamente il loro attaccamento al parlamentarismo. Tutto andava bene quando, un bel giorno, i cadetti arraffarono il potere e lasciarono intendere che lo avrebbero conservato. Niente vecchi al potere! Infatti, non ne ho visto neanche uno tra i dirigenti…”

In principio, la rivoluzione è stata meravigliosa; “Un grande spettacolo“, l’ingresso dei liberatori in città, “una marea capillare, i condottieri, Cesare Borgia,il Rinascimento…”, ha scritto Virgilio Piñera, felice di trovare per le strade de L’Avana scene della leggenda biblica e della grande pittura italiana[1]. In un secolo in cui i grandi comandanti non erano più concepibili, la barba era divenuta il recupero di un po’ di “vecchia epicità”. Lo stile della rivoluzione era decisamente romantico: “Era come se il fantasma di Cortez [sic] fosse apparso nel nostro secolo sul cavallo bianco di Zapata“, ha osservato Norman Mailer nella sua “Lettera aperta a Fidel Castro”[2]. Cronache, storie, poesie, testimonianze aumentano l’elenco delle reminiscenze: Robin Hood, conquistatori barbari di Roma… Sollevazioni lente come corrugamenti geologici, deboli ricadute che diventano presto febbrili. Ed improvvisamente una folla invincibile le cui prime file cadono in ginocchio nel sangue, colpite da raffiche di mitragliatrici. Allora la folla scoppia in migliaia di fuggiaschi. Torna la pace per poi riorganizzarsi con più audacia ed ardore. Di nuovo si ricomincia con assemblee, rivolte, sommovimenti… In questo piccolo saggio ci orienteremo simbolicamente anche sulle tracce di Cortez e di Pizzarro, alla scoperta degli imperi decaduti del sole e dell’oro. L’America Centrale e del Sud, i Caraibi, resteremo incantati dalle rovine delle civiltà morte, i monti ed i misteri dell’America indiana.

Il mito di Ernesto “Che” Guevara (giovane medico argentino ammalato di asma cronica) come emblema della Rivoluzione, nasce il 25 novembre 1956, quando da Tuxpán (Messico) parte con un vecchio cargo fradicio, soprannominato Granma (una contrazione di “grand mother” = nonna), in direzione di Cuba, con 82 volontari di cui ne sopravvivranno ben pochi (solo 17). Lo stesso Ernesto “Che” Guevara si salvò per puro miracolo poiché, durante il tragitto, ebbe dei forti e violenti attacchi d’ asma, fu aiutato e sostento da Gino Doné Paro, partigiano ed antifascista italiano, l’unico italiano a bordo del cargo. Ernesto “Che” Guevara già sfinito dal viaggio e dalla crisi di asma scatenata dal mal di mare, trascina il suo corpo debole e provato in guerriglia: diventa così il medico della prima spedizione rivoluzionaria guidata dal Comandante Fidel Castro. Un violento attacco da parte dell’Esercito Regolare Cubano (al servizio del dittatore Batista) colse di sorpresa i pochi e provati guerriglieri. É il panico: il battesimo di fuoco. Sotto una grandine di pallottole gli uomini corrono senza sapere dove. Alcuni verso la piantagione, altri verso il bosco, altri ancora in direzione del tagliafuoco. Il “Che” correndo ed ansimando, scopre che nella fuga qualcuno aveva lasciato cadere una cassa di pallottole. Il “Che” pensa che le pallottole siano l’oro della guerra e che quel tipo ha appena abbandonato un tesoro, ma lui era già carico del suo zaino di medicinali. Il “Che” era il medico della spedizione: si trovò di fronte ad un dilemma. Fu il momento decisivo della sua vita. Con una spallata, gettò lo zaino pieno di medicine e si carica sulla schiena la cassa di pallottole e corre, barcollando, verso la piantagione. Da ora in poi, più che un medico, sarà un combattente: le sue lunghe ed affusolate mani di intellettuale, medico e scrittore da allora premeranno il grilletto dei revolver, dei fucili mitragliatori e lanceranno bombe. In quel momento, il dottor Guevara, decise di stare dalla parte di coloro che uccidono e vengono uccisi. Al suo fianco corre il compagno Albertosa che, si lascia cadere, si rialza, e come un colossale bambino vomita grumi di sangue dal naso e dalla bocca, come un pazzo urla: “mi hanno beccato”. Il Che resta disteso, una pallottola gli attraversa il collo ed avverte un colpo al petto, come un pugno sferrato da un invisibile pugile. Il “Che” galleggia nel limbo e per minuti, ore, penserà come morire nel modo migliore. Il suo primo battessimo di fuoco, nel mondo della guerriglia, lo trasformano in un soldato indomabile ed in uno stratega implacabile: diventerà l’emblema della Rioluzione. Nel suo reportage “Tempesta sullo zucchero“, il filosofo francese Sartre parla di “invasione di Cuba da barbari“: questo trionfo del giovane barbuto che si era liberato dei suoi genitori e che aveva rotto da tempo con i loro valori obsoleti. Il filosofo francese ha attribuito il “disordine radicale dei rapporti umani” nella Rivoluzione cubana con l’associazione dei giovani in rivolta provvisti di barba, uno dei brand definitivi del radicalismo del XX secolo: “Sulla popolazione molto civilizzata, un pò indebolita dell’isola, una nuova barbarie si è scagliata; la gioventù che avanzava mascherata. Gli indigeni vengono trattati bene dai nuovi conquistatori, ma questi mantengono le distanze e si sposano fra loro, niente fraternizzazione. Molte rivoluzioni possono lamentarsi come le persone: “Non ho avuto una giovinezza, io!”. Le poverine sono state troppo accelerate e troppo presto: per necessità; c’erano delle classi da saltare, degli esami da passare; le malattie infantili le divoravano. Cuba, fino a quel momento, ha avuto questa fortuna: non ha avuto bisogno di lesinare sul suo inizio; fortunatamente: non lo avrebbe fatto senza distruggere; dal 1957 al 1959, la rivoluzione della gioventù ha creato una nuova avventura che si vive da quattordici mesi: la giovinezza di una rivoluzione. Domandiamoci cosa può significare per un giovane potere, poter essere esercitato da giovani. Da parte mia, esaminerò solo tre questioni essenziali:come la nuova impresa plasma questi adolescenti per farne l’esecutivo che deve portarla felicemente a termine…”[3] Jean-Paul Sartre raggiunge Cuba in compagnia di Simone de Beauvoir il 22 febbraio 1960: si trattiene per quasi un mese. Si tratta del suo secondo viaggio nell’ isola, il primo, avvenuto nel 1949, sembra distante anni luce. Gabriela Paolucci ne “L’Incontro tra Sartre e la Rivoluzione Cubana”[4] afferma: “… Il volto dell’Avana e dell’intera Isola, fino a poco prima territorio esclusivo di yacht-club nordamericani, spiagge private, casinò, bordelli e quartieri esclusivi per i bianchi – è radicalmente mutato. La dittatura di Batista è stata sconfitta dall’Esercito Ribelle e la giovane Rivoluzione cubana sta vivendo la sua affascinante “luna di miele”. Alcune delle misure rivoluzionarie più significative cominciano a fare i primi passi in un’atmosfera di euforia collettiva: l’abolizione del latifondo e la Riforma agraria, elaborata nelle sue linee essenziali da Che Guevara; la campagna di alfabetizzazione; la Riforma urbana, con cui la distribuzione delle abitazioni, l’abbattimento del prezzo degli affitti, dell’elettricità e del telefono. Fidel Castro, il cui ruolo alla guida dell’ isola si sta già chiaramente delineando in mezzo ai conflitti tra tendenze moderate e radicali della rivoluzione, è a capo del governo. Il prestigio di Che Guevara , il giovane medico direttore del Dipartimento di industrializzazione dell’Inra e presidente del Banco National e sta crescendo, dentro e fuori l’Isola. Ma è anche il momento in cui comincia a prendere corpo lo scontro con gli Stati Uniti, come Sarte e Simone De Beauvoir hanno modo di toccare con mano il 4 marzo, quando un atto di sabotaggio fa esplodere nel porto della capitale il cargo francese “La Coubre”, provocando duecento morti. L’ adesione di Sartre all’ esperienza cubana è senza riserve. Ai suoi occhi Cuba rappresenta una nuova speranza di fronte ai drammatici fallimenti dei paesi dell’ Est. La strada che ha imboccato la prima rivoluzione dell’ America Latina sembra possedere tutti i requisiti per evitare gli esiti catastrofici di quel “mostro sanguinante che dilania se stesso” che è il “socialismo” dei regimi stalinisti (come aveva scritto in “In fantasma di Stalin”, nel 1957). La “democrazia diretta” è il cuore di questa giovane e originale rivoluzione, impermeabile all’ ideologia “sclerotizzata” e “intorpidita” che “dissolve gli uomini reali in un lago di acido solforico”. La sua forza risiede nell’ assenza di dogmatismo: nel fatto che essa forgia la propria ideologia nel farsi della prassi rivoluzionaria…” .[5]

ll filosofo francese, dopo i suoi incontri con la gioventù cubana, l’incontro con il rivoluzionario Che Guevara e Fidel Castro, decide di peregrinare per tutta l’isola: il risultato fu un’adesione entusiasta al movimento Rivoluzionario Cubano.

Un incontro felice, dunque, quello tra l’intellettuale che si batte a fianco dei popoli del Terzo Mondo, il critico radicale del marxismo sclerotizzato e dello stalinismo, lo scrittore che, convinto che “la parola è azione“, impegna tutto il proprio ascendente per “far sì che nessuno possa ignorare il mondo e dirsene innocente” (Che cos’è la letteratura? 1949) – e la giovane Rivoluzione cubana che incarna ai suoi occhi la possibilità di realizzare il magico momento della “fusione” e della spontaneità rivoluzionaria, dove “ciascuno è legato a tutti gli altri in un’impresa collettiva” (Critique de la raison dialectique). Ma l’idillio non durerà che poco tempo. Le fasi successive dell’esperienza cubana, stretta nella morsa asfissiante dell’ aggressione imperialistica e della “protezione” sovietica, metteranno sempre più a rischio la sua originalità e il suo iniziale spirito utopico. Sartre a sua volta, non si occuperà più dell’Isola caraibica e della sua sorte, se non per esprimere una generosa solidarietà (per esempio nel messaggio al Congresso Culturale dell’ Avana nel 1968), o per prendere posizione contro alcuni episodi particolarmente gravi di repressione della libertà d’espressione, come nei confronti del “caso Padilla[6]. L’entusiasmo che il filosofo francese dimostra verso Cuba, non dovrà stupire nessuno: Cuba, subito dopo il Vietnam, ha rappresentato (e rappresenta tutt’ora) la realizzazione concreta e reale dell’ utopia terzomondista: la prova storica che perfino uno stato in miniatura, povero ed insignificante (sotto il profilo economico) può sconfiggere la più grande potenza economica internazionale e gestirsi autonomamente (pur con tutte le difficoltà del caso). Del resto Sartre è sempre stato un autentico anti-imperialista: da sempre impegnato per l’indipendenza Algerina, ha sempre condannato il colonialismo e la sua falsa coscienza. Il colonialismo, scrive sulle pagine di Les Temps Modernes: “… è la nostra vergogna, si fa beffe delle nostre leggi o le riduce ad una caricatura; ci infetta col suo razzismo. Obbliga i nostri giovani a morire loro malgrado per i principi razzisti che combattevamo dieci anni fa (“Le colonialisme est un système“, 1956)[7]. Sartre oltre tutto mostrerà un’attenta consapevolezza dell’ estrema durezza delle condizioni rivoluzionarie, una durezza che non risparmia nessuno: “La rivoluzione è una medicina per cavalli: una società si spacca le ossa a colpi di martello, distrugge le proprie strutture, sconvolge le istituzioni, trasforma il regime della proprietà e ridistribuisce i suoi beni, orienta la produzione rispetto ad altri principi, tenta di aumentarne al più presto il tasso d’ incremento e, nel momento stesso della distruzione più radicale, cerca di ricostruire, con tutta la sua forza, come con trapianti ossei un nuovo scheletro; il rimedio è estremo, spesso bisogna imporlo on la violenza: Lo sterminio dell’avversario e di qualche alleato non è inevitabile, ma è prudente prepararcisi. Dopo questo, niente garantisce che il nuovo ordine non sarà schiacciato dal nemico dall’interno o dall’esterno, né che il movimento, se vincitore, non sarà deviato dalle sue lotte e dalla vittoria stessa“.[8] Quando Sartre con il “Manifesto dei 121“, proclama il diritto all’insubordinazione per le riserve mobilitate nella guerra algerina, si cui è estensore e primo firmatario con Blanchot e Breton, il Pcf lancerà un attacco senza esclusione di colpi contro gli ideatori e i firmatari. L’analisi del colonialismo come sistema, di cui smonta i meccanismi politici, economici e ideologici, si coniuga all’implacabile denuncia dei misfatti che l’esercito francese compie durante l’occupazione ed Algeria, delle torture e delle umiliazioni fisiche e morali inflitte agli algerini. Esse “hanno in comune la capacità di rivelare questa cancrena (…), l’esercizio cinico e sistematico della violenza assoluta. Saccheggi, stupri, rappresaglie esercitate ai danni della popolazione civile, esecuzioni sommarie, ricorso alla tortura per strappare confessioni o informazioni” denuncia dalle pagine di Les Temps Modernes (Sartre, 1959a). [9] Contro il silenzio e la complicità dei francesi, ai quali governo e media si guardano bene dal raccontare la verità di quel che accade in Africa, Sartre lancia strali vigorosi: “Nascondere, ingannare, mentire: è un dovere, per gli informatori della Metropoli: l’unico crimine sarebbe quello di turbarci”. Comparando la guerra d’Algeria all’Olocausto, scrive: “Sapevamo tutto, e soltanto oggi siamo in grado di comprenderlo: perché anche noi sappiamo tutto. (…) Oseremo ancora condannarli? Oseremo ancora assolverci?” (Sartre, 1957a).[10] Il proletariato ed il sotto-proletariato terzomondista individua nel materialismo la dottrina della propria rivoluzionarietà, della propria liberazione dalla alienazione sociale: ciò significa almeno che il materialismo ha un contenuto “atto” a mobilitare le forze rivoluzionarie. Ma non vuol dire che esso sia la “verità” del marxismo. Se intraprendiamo un esame rigoroso dell’atteggiamento rivoluzionario, dobbiamo innanzi tutto renderci conto della situazione del proletariato in quanto oppresso e della possibilità del superamento della oppressione attraverso la prassi liberatrice: questo, prima ancora di proclamarci materialisti-storici. L’unico modo di smascherare il mito è di ricondurlo alle operazioni originarie, le analisi delle quali deve portare alla sostituzione del mito stesso con una filosofia che sia concreta traduzione delle esigenze rivoluzionarie. Occorre ripercorrere il cammino attraverso il quale il materialismo è diventato il “fatto”, vedere come le esigenze rivoluzionarie si sono solidificate in esso perdendo il loro significato originario: “Forse, se qualcuno le libera dal mito che le schiaccia e le maschera a se stesse, esse tracceranno le grandi linee di una filosofia coerente che abbia, in confronto al materialismo, la superiorità d’ essere una descrizione vera della natura e delle relazioni umane[11]

Sartre si pone d’ora innanzi all’interno di questo progetto di una coerente filosofia della rivoluzione che egli comincia a ritenere realizzata nel 1960 con la Critica della Ragion Dialettica; il modo di approccio è un atteggiamento generico-costitutivo in grado di usare il “rasoio di Occam” ai fini di una ricostruzione fenomenologica. In questo caso si tratta di “tagliare” la falsa assolutizzazione del materialismo. La fondazione di una filosofia rigorosa che cancelli “tutti i miti” per ritornare al campo originario e autentico della esperienza rivoluzionaria e per mostrare come la azione e la comprensione della realtà si unifichino nell’unica direzione dell’uomo, non può non ricondurci alle operazioni di chi “in situazione” agisce da Rivoluzionario. La genesi deve partire dalla situazione dell’ oppresso al fine di ricostruire il movimento dialettico, che poi tutti gli uomini possono riconoscere e contribuire a realizzare. Il materialismo è un mezzo e non un fine: nello stesso momento in cui è posto esso viene superato. La filosofia “coerente” è infatti quella della trascendenza e della libertà. É proprio attraverso le operazioni dell’oppresso nella situazione rivoluzionaria che scopriamo la dialettica e il suo carattere totalizzante. All’oppresso è stata tolta la dignità di uomo: sopra di lui valgono i diritti e le leggi della classe dominante. Così il rovesciamento della situazione è innanzi tutto legato alla comprensione della situazione stessa e alla azione he dialetticamente ne consegue, se l’oppresso mira a una reale liberazione (e non a una falsa libertà interiore). In secondo luogo il rovesciamento rivoluzionario tende costituitivamente a superare il presente in vista di un futuro diverso e tende ad abbracciare tutti gli uomini. L’oppresso rende universale la propria causa in quanto non vuole sostituire i diritti che abbatte con altri diritti e con altre leggi, ma soltanto con un riconoscimento delle libertà reciproche e quindi con un auto-riconoscimento della specie umana. Il presente viene vissuto ed agito alla luce del futuro e di un progetto anti-naturale in quanto negazione della “naturalità” della situazione esistente. Si tratta, dice Sartre significativamente, di decollare da una situazione per negarla e per assumere una visuale complessiva: si tratta di pre-sentire e di inventare la società senza classi per sostituire il regno dei fini al regno delle leggi. Ha allora ragione Marx quando parla di un “al di là del comunismo” e anche Trozkij quando sostiene la “rivoluzione permanente“. In definitiva abbiamo reintrodotto la soggettività dando ad essa il compito di protagonista della dialettica stoica, che è dialettica del superamento e del progresso. Sarte incontrerà per la prima volta il rivoluzionario argentino Ernesto “Che” Guevara il 10 luglio 1960, su France-Soir scriverà: “… Guevara è considerato un uomo di grande cultura e questo si avverte: non ci vuole molo per accorgersi che dietro ogni sua frase c’è una riserva d’oro. Vi è un abisso, però, che separa questa ampia cultura, queste conoscenze generali di un giovane medico che per inclinazione, per passione, si è dedicato allo studio delle scienze sociali, dalle materie e dalle tecniche indispensabili per un banchiere statale. Egli non parla mai di queste cose, se non per scherzare sui propri cambi di professione; ma si avverte l’intensità del suo sforzo: lo tradisce d’ogni lato, meno che nel volto tranquillo e disteso. Innanzi tutto era insolita l’ora del nostro appuntamento: la mezzanotte. E avevo pur avuto fortuna, perché i giornalisti e gli ospiti stranieri vengono ricevuti con cortesia e lungamente, ma alle due ed alle tre del mattino. Per giungere al suo ufficio dovemmo attraversare un ampio salone che aveva i mobili solo lungo le pareti: alcune sedie ed una panca. In un angolo c’era un tavolino con un telefono. Su tutte le sedie la stanchezza assaliva i soldati; quelli che erano di guardia e, ancor di più, quelli che dormivano, tormentati fon nei sogni dall’incomodità della loro posizione… Si aprì una porta. Simone De Beauvoir ed io entrammo e quell’impressione comparve. Un ufficiale dell’ esercito ribelle, coperto da un basco, mi aspettava: aveva la barba ed i capelli lunghi come i soldati dell’ingresso, ma il volto limpido e sereno mi parve mattiniero. Era Guevara. Usciva dalla doccia? Certo era comunque che aveva cominciato a lavorare molto presto il giorno prima, aveva fatto colazione e cena nel suo ufficio, aveva ricevuto dei visitatori ed altri ne aspettava dopo di me. Sentii la porta chiudersi alle mie spalle e persi il ricordo della mia precedente stanchezza insieme alla nozione di tempo. In quell’ufficio non entra la notte: a quegli uomini di guardia, compreso il principale tra loro, dormire non sembra una necessità naturale, ma un’ abitudine della quale i sono più o meno liberati. Non so quanto riposino Guevara e i suoi compagni. Suppongo che ciò dipenda dalle circostanze e sia il rendimento a decidere: quando si abbassa, allora si fermano… Quei giovani attribuiscono un culto discreto all’energia, tanto amata da Stendhal. Non si creda però che ne parlino, che ne ricavino una teoria. Vivono l’energia, la praticano, forse la inventano: si dimostra negli effetti, ma essi non pronuncino una parola a riguardo. La loro energia si manifesta.”che-mate001-med

A partire da Cuba si sviluppa, nelle coscienze degli occidentali più progressisti, di un sentimento di debito impossibile da cancellare, nessuno meglio di Sartre, nella sua prefazione ai “Dannati della Terra” di Franz Fanon[12] , l’avrebbe suscitato e fondato in diritto. Dei crimini commessi contro i popoli colonizzati, ora in via di sviluppo, siamo tutti colpevoli o complici, fino a quando starà in nostro potere il farli cessare. Questa colpevolezza giace in noi inerte, estranea, e bisogna ugualmente che la riprendiamo a nostro carico e che avviliamo noi stessi per poterla sopportare. “Abbiate il coraggio“, egli scrive, “di leggere Fanon: per questo primo motivo che vi farà vergogna e la vergogna, come ha detto Marx, è un sentimento rivoluzionario“.[13]

Così la sinistra-occidentale, dal 1960 fino ai nostri giorni, fu presa da un appetito pantagruelico per il mondo, s’ingozzò i tutti gli angoli del globo, il Terzo Mondo non era altro che il doppio del nostro. Il terzomondismo compì, in campo pratico e politico, quella deviazione passionale sempre denunciata dai moralisti , l’amore innamorato di se stesso, l’amore compiacente, incapace di crearsi un complemento diretto. Il militante terzomondista colleziona sommosse, rivolte, rivoluzioni, concedendosi l’ebbrezza dell’infinito. Anche se l’altrimenti e l’altrove cui egli fa appello sono ancora troppo attaccati a questo basso mondo, che rifiuta. L’autentica alterità suppone un rapporto con una realtà sociale infinitamente lontana dalla propria, senza che tale lontananza distrugga il rapporto, e senza che il rapporto distrugga la lontananza. Non abbiamo il diritto di vivere in pace finché un solo bambino, continuerà a soffrire: i militanti terzomondisti diventano così i fautori di un universalismo astratto. L’iniziatore di questa forma di terzomondismo resta senz’altro Jean-Paul Sartre: “Ognuna delle mie scelte ha allargato il mio mondo. Di modo che non considero più le loro implicazioni come limitate alla Francia. Le lotte con cui m’identifico sono lotte mondiali” .[14]

Nel dicembre del 1967 Jean-Paul Sartre viene intervistato da Prensa Latina sul Tribunale Bertrand Russel e sul ruolo sociale e politico del rivoluzionario Che Guevara, e dichiara: Voi conoscete la mia ammirazione per Che Guevara. Penso che effettivamente quest’uomo non sia stato solo un’intellettuale, ma l’uomo più completo del suo tempo. É stato il combattente, il teorico che ha saputo trarre dalla battaglia, dalla sua stessa lotta e dalla suae sperienza, la teoria per continuare a lottare[15]. Fino ai primi decenni del secolo XX, barba e baffi erano indici di borghese rispettabilità in una società che considera la maturità come valore supremo. Stefan Zweig dice nella sua autobiografia che nell’era prima guerra mondiale “si è verificato quello che oggi è quasi incredibile, e cioè che i giovani costituisce un ostacolo per qualsiasi carriera, e la vecchiaia un vantaggio.” Con la strage del 1914, questi valori sono stati invertiti: prima la giovinezza era considerata un elemento di sospetto, invece oggi i giovani hanno imparato a far pesare il loro “valore”.


[1]Virgilio Piñera scrisse sul trionfo della Rivoluzione Cubana nel periodico Revolución e nel suo supplemento Lunes de Revolución

[2] Nel 1961 Mailer scrisse una lettera aperta a Fidel Castro, dicendo “ci stai dando speranza“.

[3] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 184

[4] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 7.

[5] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 8.

[6] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 10.

[7] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 11

[8] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag.90

[9] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 12

[10] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 12

[11] Materialismo e Rivoluzione, in “Temps Modernes” (poi ripubblicato in Situations II), J.-P. Sartre, Gallimard, Paris, pag. 303

[12] Frantz Fanon, Les Damnés de la terre, Maspero, Paris, 1961. Traduzione Italiana: I Dannati della Terra, Einaudi, Torino, 1962.

[13] Frantz Fanon, Les Damnés de la terre, Maspero, Paris, 1961. Traduzione Italiana: I Dannati della Terra, Einaudi, Torino, 1962., pag. 11.

[14] Interista a Tito Gerani, 1974, citata da Simone De Beauvoir in La Cérémonie des adieux, Gallimard, Paris, 1981. Traduzione in italiano: La cerimonia degli addii, Einaudi, Torino, 1983.

[15] “El Che fue el hombre más completo de su tiempo”, estratto da un’ intervista a Prensa Latina, pubblicato in Bohemia, n. 51, 22 dicembre 1967, p. 45. Traduzione di Antonella Marazzi.