L’ Educazione: un successo Venezuelano!

Uno dei simboli di maggior successo della Rivoluzione Bolivariana è l’Educazione: sono stati diversi i riconoscimenti che l’Unesco ha elargito alla Repubblica Bolivariana del Venezuela in questi 14 anni, durante i quali il Presidente Chávez lavorò per effettuare cambiamenti profondi e radicali all’ interno della struttura sociale venezuelana. La Rivoluzione Bolivariana è un Processo imageschavezdi rottura progressiva verso tutte le tradizioni educative antecedenti. L’ aspetto fondamentale che emerge è che la Rivoluzione ereditò un Sistema Educativo neo-liberale caratterizzato dall’estrema esclusione nel quale un bambino o bambina, nascendo, avevano già 95% di probabilità di non poter entrare all’Università (privilegio delle famiglie più ricche), l’ 82% di probabilità di non avere il Diploma, il 62% di non arrivare al terzo anno di scuola media, il 38% di non terminare la scuola primaria , nonostante la legge sull’ Educazione garantiva gratuità ed obbligatorietà tra 1° grado e il terzo anno. Bambini e bambine prima dei 6 o 7 anni non avevano diritto all’educazione e non esisteva una Politica di Stato Pre-scolare. La rottura con questo sistema barbaramente escludente cominciò con la Costituente Educativa all’ interno del Processo Costituente Nazionale con il quale cominciò la Rivoluzione. Nacque così il Progetto Educativo Nazionale PEN ed all’ interno il Progetto Pedagogico Nazionale PPN si cominciò a strutturare il Nuovo Sistema di Educazione Bolivariano SEB, concepito come Continuo Umano CH (concetto legato all’ educazione permanente e continua) necessario per rompere gli schemi amministrativi e frammentari che imposero al Venezuela tanta esclusione sociale. Coloro che chi si rifiutano di comprendere quello che il Presidente Chavez tentò di sovvertire in profondità (ma che più della metà del paese comprese) per realizzare opposizione ad oltranza provocarono per il flagello BODI, Burocratismo, Opportunismo e Dispersione. Flagello che, nonostante abbia colpito anche la Rivoluzione, resta importante perché influì nel processo di strutturazione progressiva del SEB-CH, seguendo la concezione del Curriculum di Processo (con cui si intende l’ iter formativo del discende in base ai valori e principi bolivariani) che ebbe molto successo. Questo flagello che chiarì Lenin durante la Rivoluzione Russa ed il Che Guevara durante la Rivoluzione Cubana, i Venezuelani lo spiegano con il termine “Contra Continuo por Dentro” per la Rivoluzione Bolivariana. Le scuole Primarie, durante il processo Rivoluzionario, registrarono da subito un maggiore afflusso, mantenuto costante. Mentre le altre due: la scuola Media Inferiore e la Media Superiore, aumentarono parallelamente il numero di iscritti, tendendo a proiettandosi nel futuro. Questa tendenza nasce sviluppandosi in una Costituente Educativa che creò gradualmente la Escuelas Bolivarianas EB, Simoncitos, Liceos Bolivarianos LB, le Scuole Tecniche Robinsoniane ETR e l’Università Bolivariana . L’indice di crescita oscillò tra il 91,9% e il 92,9% al termine del 2003. L’esperienza ed apprendistato che lasciò la Prima Tappa della Rivoluzione, mette in evidenza l’urgente priorità nella Formazione Docente. Il dibattito permise un lavoro unito del MECD e Mese col Gabinetto per il Programma di Formazione di Educativo PNFE . Gli avanzamenti raggiunti con le Missioni Educativo Robinson, Ribas, Sucre, Girino Care (Sottosistema di Inclusione del SEB), la prassi nella realtà dell’implementazione rivoluzionaria dell’Educazione come Continuo Umano (Simoncito), Scuola Bolivariana, Liceo Bolivariano, Scuola Tecnica Robinsoniana, Università Bolivariana, Villaggi Universitari, missioni per la promozione dell’ interculturalità e dell’ Afro-discendenza, diedero adito ad una revisione dei PNFE delle Università vicine al Ministero di Partecipazione Popolare per l’Educazione; vi fu una “Nuova Tappa”, i Valori e i Principi Socialisti cominciarono ad essere il loro alimento fondamentale. La dinamica della formazione docente nelle Università pubbliche furono molto lente, ma non fu così per le Missione Sucre, i Villaggi Universitari, UBV UNERSR ed UNEFA dove fu più accelerato il PNFE. L’Educazione comparata per docenti portò alla nascita del VAE, il Vice-ministero dei Temi Educativi (responsabile del SEB-CH) che diressero dibattiti internazionali comparando le varie esperienze sopranazionali sulla formazione del corpo docente; si invitarono testimonial da tutta l’ America Latina e dalla Francia. Nella fase rivoluzionaria che avanzò dal 2000 al 2012 nacque il SEB-CH e le Missioni come Sistemi Inclusivi. La Rivoluzione poté lavorare attraverso i Nuclei di Sviluppo Endogeno e territoriale, fissando il tutto con le Missioni Sociali, innovazione che creò il superamento della povertà fino a ridurne l’estrema del 40% al 6% e la povertà generale del 60% al 20% . Nella geopolitica dei paesi che conformano il continente Sud-americano, i mandatari nazionali bolivariani stabilirono che le politiche pubbliche siano indirizzate all’attenzione sociale, ridisegnando i modelli di pianificazione, i progetti o le strategie, basate su una prosperità tangibile, con l’obbiettivo di ottimizzare le condizioni di vita, che riflettano i cambiamenti nel benessere collettivo e di un individuo che diventa coscienza di queste trasformazioni. L’ Opera più classica di filosofia politica che è la Repubblica di Platone, mette a fuoco il senso della giustizia e si interroga sul ruolo dello stato e dell’individuo. Nella sua concezione di Stato ideale la Repubblica configura la stratificazione delle classi sociali in tre categorie di individui: gli uomini che sviluppavano ogni tipo di commercio (gli artigiani), i militari che offrono sicurezza, una dirigenza politica composta da filosofi, uomini completamente disinteressati, una sorta di sapienti-asceti che rinunciano al superfluo e che intravedono nella politica una sorta di vocazione morale e spirituale. La società della Repubblica Platonica realizza ogni genere di attività, avendo come forza l’educazione e lo sport: la direzione nella quale l’educazione di un uomo lo avvia, determinerà la sua vita futura . Secondo Platone l’uomo è un essere sociale, non isolato, che lotta per conservare il suo ambiente e lo Stato ha il compito di equilibrare le virtù particolari. Perciò Platone progetta la struttura della sua Repubblica ideale in tre classi: filosofi, guerrieri ed artigiani. La sua opera è stata un lascito nella storia politica, un lascito a cui il Bolivarismo si è ispirato: Nessun uomo riuscirà a salvarsi qualora vorrà opporsi lealmente a voi o al popolo e impedire che nella sua patria avvengano ingiustizie e illegalità . La “democrazia” nella concezione bolivariana è lo spazio del confronto politico. La Cultura Venezuelana è stata soggetta ad anni di soffocamento ed alienazione straniera ma, attraverso le “missioni-culturali”, sono stati riscattati i valori che identificano le tradizionali-radici venezuelane. La creazione del Ministero della Gioventù stimola i bambini e i giovani alla partecipazione di iniziative artistiche e culturali, come la promozione della lettura, corsi di teatro, spettacoli di burattini, reading letterari, il recupero di storie locali e tutto quello che porta ad una sana partecipazione familiare e comunitaria. Le Nazioni Unite e l’Unesco, affermano che in America Latina il Venezuela sta al secondo posto in quanto a partecipazione e qualità universitaria, subito dopo Cuba . L’investimento annuale venezuelano è di 23 milioni di bolivar, creando quattro istituti universitari di tecnologia, sei università politecniche e dieci università bolivariane. Si è creato un Programma Nazionali di Formazione in aree strategiche, come la Missione Sucre e l’educazione universitaria si è municipalizzata. L’ obbiettivo della Missione Sucre è potenziare la sinergia istituzionale e la partecipazione comunitaria, per garantire l’accesso all’educazione universitaria a tutti i diplomati, coniugare una visione di giustizia sociale con carattere strategico dell’educazione superiore per lo sviluppo umano integrale sostenibile. La Missione Sucre promuove la sovranità nazionale e la costruzione di una società democratica e partecipativa, per la quale è indispensabile garantire la partecipazione della società tutta, anche dei soggetti che ne sono stati tradizionalmente esclusi (nativi, afro-discendenti, cittadini dei fondi e delle periferie).

FONTI:

http://web.unitn.it/files/quad44.pdf
http://www.fundaaldeas.org
http://www.altd.it/2012/10/15/america-latina-modello-sconfiggere-poverta/
http://www.oei.es/quipu/venezuela/Esc_Tec_Robinsonianas.pdf
http://www.cerpe.org.ve/tl_files/Cerpe/contenido/documentos/Actualidad%20Educativa/Curriculo%20Liceos%20Bolivarianos%20-%20MPPE%202007.pdf

http://lainfo.es/it/2015/03/03/la-costante-riduzione-della-poverta-estrema-in-venezuela/
http://digilander.libero.it/gotika/platone1.html
http://www.ousia.it/content/Sezioni/Testi/PlatoneApologia.pdf
http://unesdoc.unesco.org/images/0015/001599/159982S.pdf
http://www.misionsucre.gov.ve/chavez-portada1-630x283

Il Venezuela è DONNA!


tratto da http://www.ilsudest.it

Intervista a Erika Adriana Mindiola Rubín, giovane giornalista radiofonica Venezuelana.
Erika Adriana Mindiola Rubín nasce il 22 di Gennaio del 1980 in una parrocchia popolare di Caracas, Santa Rosalía, dove visse e crebbe durante tutta l’infanzia.

É madre di due figli, Jerverick e Jervin. Si iscrive all’Università Bolivariana del Venezuela nel 2005. Con la creazione dell’Università Bolivariana del Venezuela, si aprirono per la prima volta le porte della cultura per numerosi giovani bisognosi. Ugualmente per persone non più giovani ma desiderosi di imparare o aggiornarsi. Si offrì loro finalmente l’opportunità di studiare. Decide così di intraprendere il Corso di Laurea in Comunicazione Sociale, viene conquistata dal giornalismo che le fornì una visione rivoluzionaria dell’impegno, ingaggiandosi nella lotta sociale con i suoi concittadini per la promozione della Rivoluzione Bolivariana. Afferma che il suo impegno cominciò nella Radio Nazionale del Venezuela nel 2006, dove si occupò del Canale Informativo come Coordinatore. Dichiara: “Successivamente mi invitarono a far parte della squadra di produzione radiofonica nel Canale Giovanile della Radio Nazionale del Venezuela. Fui impegnata come assistente di produzione e presto divenni una giornalista completa: imparai l’arte del montaggio, a scrivere i copioni, ad organizzare la programmazione speciale, ad intervistare la gente comune per strada, etc…. Crebbi professionalmente e mi sentii orgogliosa della formazione professionalmente offertami. La Radio Nazionale del Venezuela è un’estesa scuola dove si formano validi e numerosi professionisti. Siamo come in una grande famiglia. Dico “siamo” perché io ed altri ragazzi lavoriamo in Radio, sentendoci come parte integrante e viva dell’intera struttura radiofonica. Mi innamorai delle onde hertziana, proprio immaginando tutto quello che può giungere all’uditore”.Erika ricorda come in Venezuela la Rivoluzione Bolivariana abbia prodotto numerosi cambiamenti in materia di salute, educazione e diritto all’ abitare. L’ ex presidente del Venezuela, Hugo Chávez Frias, in ogni discorso riconobbe l’importanza di una comunicazione scevra da pregiudizi razziali o da pregiudizi sessisti. Riconobbe la priorità di promuovere, nell’ informazione, un linguaggio non sessista. Segnando così una pietra miliare, nella storia nel nostro paese, proprio sulle questioni di genere. Hugo Chávez fece in modo che la Costituzione Nazionale desse più visibilità alla donna e che venisse eliminato il linguaggio sessista presente nella Carta Magna del 1961. L’ ex presidente, in ogni discorso pubblico, riconobbe il contributo delle nostre patriote ed eroine del passato. Riportò alla memoria le prime combattenti per l’indipendenza della patria, confermò il loro lavoro, la loro lotta e la loro costanza … Erika aggiunge: “Queste donne attualmente sono inserite sui libri di testo e pubblicamente riconosciute per il loro sforzo e le loro battaglie: è il caso di Luisa Cáceres de Arismendi, Apaguana, María-Rha, Oroconay, Urquía, Ana Francisca Pérez de León, Josefa Joaquina Sánchez, Josefa Camejo, Juana Ramírez La Avanzadora e Manuela Sáez. Ognuna di queste donne è un riferimento di lotta per la costruzione del socialismo ed un modello per le femministe venezuelane. È importante notare come, nel nostro paese, si valorizzi in ruolo storico e sociale della donna, non solo come madre, ma soprattutto come pensatrice, patriota o combattente. Il Ministero del Potere Popolare per la Comunicazione e l’ Informazione, insieme alla Commissione Nazionale delle Telecomunicazioni, sottopongono quotidianamente le diverse trasmissioni nazionali (sia radiofoniche che televisive) a vari controlli affinché si eviti di utilizzare un linguaggio sessista ed affinché si smetta di utilizzare il corpo femminile come incentivo alle vendite di prodotti commerciali”

E. M. R.: Le Donne Venezuelane in collaborazione con il Ministero del Potere Popolare per l’Uguaglianza di Genere, avendo come pilastro fondamentale il Piano per l’Uguaglianza e l’ Equità di Genere “Mamá Rosa” 2013-2019, approfondirono la trasversalità del problema e diedero rilevanza alla semina di valori egualitari come la “de-patriarcalizzazione” di tutti gli spazi da cui la donna precedentemente fu esclusa ed emarginata. Siamo un esempio da seguire per il mondo Latino-Americano ed i Caraibi. Durante la Quarta Repubblica e i governi venezuelani precedenti, non si prendevano in considerazione le donne dal momento che si trattava di una società maschilista che percepiva la donna solo come serva domestica. Con l’arrivo del Presidente Chávez noi donne ci siamo prese il posto che ci spetta.

3. In che maniera la creazione della Missione Madri del Quartiere ha cancellato lo stato di povertà ed isolamento in cui le donne povere vivevano nei sobborghi venezuelani?

E. M. R.: La rivendicazione della donna, il riconoscimento per il suo lavoro e la sua importanza nella formazione della società venezuelana, ottenne maggiore visibilità con la creazione della Missione Madri del Quartiere nell’anno 2006, sotto il decreto presidenziale numero 4.342. La Missione ha come scopo quella di sostenere le casalinghe che si trovano in stato di necessità attraverso la preparazione tecnica e la formazione per il lavoro, col fine ultimo di superare progressivamente lo stato di povertà nella cornice di uno sviluppo comunitario. In egual modo, questo programma contempla l’incorporazione di altri programmi sociali o missioni, come il lavoro di orientamento comunitario (una maggiore conoscenza delle risorse ed opportunità che offre il quartiere) ed il conferimento di un’assegnazione economica. Ne hanno beneficiato donne che svolgono lavori domestici; donne che soffrono di eccessiva dipendenza economica o psicologica da parte di uomini violenti o assenti, donne sole con a carico figli, genitori o altri parenti anziani o la cui famiglia non percepisce entrata di nessun tipo, o percepisce entrate inferiori al costo del cesto alimentare.

4. Oggi, in Venezuela, ogni anno le donne più povere diventano titolari di un progetto socio-produttivo, grazie al microcredito o alla formazione ricevuta da parte dei molti enti del Governo Nazionale. Quali sono i corsi più attivi e più frequentai delle donne?

E. M. R.: Prendendo in considerazione che il lavoro domestico debba essere retribuito, la Missione Madri del Quartiere riconosce il valore dei lavori che realizzano le donne nell’ambito domestico. La Missione offre attenzione integrale alle donne e alle famiglie in situazione di povertà estrema, al fine di garantire accesso ai diritti fondamentali. Per questo motivo, il successo di questa Missione dipende in larga misura dalle comunità. Per realizzare questi compiti ci si è accordati con i Comitati di Madri del Quartiere (CMB), queste sono istanze organizzate con l’obiettivo di esercitare una solidarietà diretta, sempre all’ interno della comunità. Sono iniziative effettuate per garantire diritti fondamentali alle donne più povere dei sobborghi, siano già beneficiarie o partecipanti della Missione Madri del Quartiere. È per questo motivo che il governo ha concesso 20.000 milioni di micro-crediti finanziari da parte della Banca Pubblica per sostenere piccole imprese femminili in materia di abbigliamento, artigianato o piccole imprese alimentari. L’ obbiettivo è quello di professionalizzare il più possibile il lavoro domestico (anche grazie a corsi di formazione), evitando che per la donna resti uno strumento di “oblazione-sacrificale” (come lo è stato nei secoli passati) ad esclusivo appannaggio di un ristretto ed isolato circuito familiare. Il lavoro domestico deve trasformarsi in uno strumento di riscatto economico e visibilità sociale all’ interno di comunità ben più ampie. Le donne non cucineranno (stireranno, cuciranno, puliranno, etc.) esclusivamente per la loro famiglia ma anche per il caseggiato più vicino o per l’ intero quartiere, in modo tale da trarne un beneficio economico (un salario) e acquisire maggiore partecipazione alla vita civile. Tutto sempre nell’ ottica di incoraggiare il lavoro femminile e le pari opportunità.

Per questa ragione sempre più donne Venezuelane occupano cariche importanti nel nostro paese, senza trascurare i tradizionali ruoli di moglie e madre. Commemorando e celebrando sempre il Nostro Gigante che è e sarà sempre il Nostro Femminista più Amato, il Comandante Eterno Hugo Chávez Frìas.

Un autentico socialista è anche un autentico femminista.

Hugo Chávez Frìas

erika9Maddalena Celano

Conversazione con Soran Ahmad: segretario dell’Istituto Internazionale di Cultura Kurda.

“Quando la nostra disgrazia sarà consunta ed avrà fine? Ci sarà allora amica la fortuna e ci risveglieremo un giorno dal letargo? Un conquistatore emergerà tra noi e si rivelerà un re? Se noi avessimo un re il nostro denaro diverrebbe moneta battuta, e non resterebbe così sotto la dominazione del turco. Noi non saremmo rovinati nelle mani del gufo. Dio ha fatto così: ha posto il turco, il persiano e l’arabo sopra di noi. Mi stupisco del destino che Dio ha riservato ai Curdi. Questi Curdi che con la sciabola in mano hanno conquistato la gloria. Come è stato che i Curdi sono stati privati dell’impero del mondo e sottomessi agli altri? I Turchi e i Persiani sono circondati da muraglie curde. Tutte le volte che Arabi e Curdi si mobilitano, sono i Curdi che si bagnano nel sangue. Sempre divisi, in discordia, non ubbidiscono l’uno all’altro. Se noi fossimo uniti, questo turco, questo arabo e questo persiano sarebbero i nostri servitori”. Ahmede Khani in Memozin (risalente al XVII secolo)

 

 

 

1) Come nasce l’ idea di fondare un Istituto Internazionale di Cultura Kurda?
Come intende, l’Istituto Internazionale di Cultura Kurda, difendere il patrimonio culturale e storico del popolo kurdo?

S.A.: In realtà si tratta di un progetto concepito diversi anni fa. In passato vi sono stati diversi tentativi di realizzare iniziative di questo genere. Come succede in queste circostanze, spesso le idee si arensoran ahmedano.
Tuttavia cinque anni fa, nel 2011, tentai di contattare personalmente accademici, scrittori e intellettuali per proporre protocolli d’intesa, accordi, iniziative e programmi di seminari e convegni.
Le proposte andarono a buon fine, perciò siamo riusciti a stipulare diversi accordi con Accademie ed Istituti culturali, sia italiani e stranieri.
Nostro proposito è la  salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale di tutta la regione del Kurdistan, promuovere la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e della comunità scientifica sui temi della tutela del patrimonio culturale kurdo, caldeggiare attività di formazione, sia in loco che in Italia, concernente la storia ed il vasto patrimonio artistico e culturale del Kurdistan.
Obiettivi specifici del programma sono relativi alla necessità di proporre e realizzare incontri, seminari e corsi di formazione, favorire lo sviluppo del territorio kurdo e del vasto patrimonio artistico, anche attraverso un approccio partecipato di più enti ed individui coinvolti nel processo. Un’ esempio delle diverse iniziative realizzate è quella del 18 gennaio 2015 sui
“Mutamenti geopolitici in Medio Oriente, i casi di Shengal e Kobane, le prospettive future del Kurdistan”. Il primo incontro si tenne alla Camera dei Deputati, il secondo a Torino.
In cantiere vi sono numerosi altri progetti. Perciò suggerisco di consultare il sito: http://istitutokurdo.org/it/

2) Come mai la lotta per l’autodeterminazione kurda resta sostanzialmente misconosciuta, almeno fino alla Guerra del Golfo?

S.A.: Il Kurdistan per secoli si trovò incagliato tra le alterne vicende dell’ impero ottomano e dell’impero persiano.
Fino al XVI secolo i principi curdi continuarono a governare il proprio territorio situato a cavallo tra i due imperi, un periodo relativamente felice per i principati curdi che terminò con il Trattato di Gialdiran del 1514, con il quale si definirono e limitarono i confini dei principati-curdi con la Persia. In questo modo i Curdi si trovarono frazionai e sfruttati dallo Shah e dal Sultano-Califfo per calcoli strategici. Ebbe così inizio la lunga storia di questo popolo che si trovò impotente di fronte ai capovolgimenti delle alleanze del nemico. Probabilmente l’unica unione effettivamente concretizzata fu quella risalente al periodo del Sultano d’Egitto e Siria e Hijaz (dal 1174), più noto come Saladino. Fondatore della dinastia degli Ayyubidi è annoverato tra i più grandi strateghi di tutti i tempi, ma si trattò di un’ unione di carattere religioso. Dopo lunghi anni di ininterrotta guerriglia, si dovette attendere il funesto 1975 quando con un’intesa intercorsa tra l’Iraq e l’Iran, in occasione della conferenza dell’O.P.E.C. ad Algeri, si condusse alla resa finale del leader kurdo Mustafà Barzani, che si ritirò negli Stati Uniti e vi morì quattro anni dopo. La capitolazione fu criticata in quanto la guerriglia curda disponeva di forze ancora inalterate. Tuttavia fu comprensibile in quanto un eventuale tradimento dell’Iran avrebbe ben presto fatto mancare i mezzi materiali per continuare la lotta contro l’Iraq. Con l’accordo di Algeri, l’Iraq declinò la riva orientale dello Shatt-al-Arab a favore dell’Iran. Questa concessione fu la causa principale dell’invasione irachena del 1980. All’epoca della lunga guerra irano-irachena, i Curdi hanno ricostruito la guerriglia fino a controllare vaste zone di territorio montuoso sia in Iran sia in Iraq. L’apprensione irachena per le dimensioni assunte dal problema della guerriglia-interna ha spinto il governo centrale, non senza stimolare le reazioni di tutto il mondo occidentale e dell’O.N.U.,ad un massiccio intervento con armi chimiche contro la popolazione civile curda: Halabja è così diventata la Hiroshima curda.
La fine della “Prima Guerra del Golfo” nel 1988 ha prodotto un ulteriore aggravamento della posizione curda, ossequiando il copione secondo il quale un’intesa fra gli stati che sfruttano a proprio vantaggio la guerriglia curda non fa altro che peggiorare la posizione di quest’ultima, sia in uno stato sia nell’altro: prova ne è l’esodo dell’ottobre 1990 di numerosi guerriglieri e dirigenti politici curdi da Teheran verso l’ovest, in particolare Londra.
Dopo il crollo del muro di Berlino franò tutta l’impostazione strategica degli anni precedenti e lo scenario internazionale cambiò.
Certamente anche la caduta di Saddam Hussein ha fatto in modo che, per la prima volta nella storia, venisse catapultata nell’ agorà-mediatico, la “questione-curda”.

3) Come si è formata la sua identità?
Come vive il dilemma di essere membro di un popolo storicamente oppresso ed osteggiato?
Come influisce questo nella sua sfera privata?

S.A.: Si tratta di un’ aspetto che riguarda l’ identità, ma la stessa identità è qualcosa di molteplice. Ognuno porta dentro di sé una sudditanza verso il proprio vissuto ed il proprio background. Esiste un’ identità etnica, come esiste un’ identità familiare, di “classe”, di “genere” o religiosa. Non ho mai dimenticato di essere curdo ma, nello stesso tempo, non ho mai avuto problemi e chiusure verso l’alterità.
Mi sento, nel contempo, anche italiano.
Sono ugualmente cosciente di essere membro di un popolo perseguitato. Tento tuttavia di superare la questione facendo in modo che venisse maggiormente conosciuta la nostra realtà culturale, in modo tale che gli altri possano riconoscere elementi positivi in noi e viceversa.
Inoltre sono convinto che l’oppressione tanto è più grande, tanto si sviluppano notevoli capacità di resistenza, rinvigorendo così la tempra di un popolo.

4) Il popolo kurdo è un popolo oppresso da diversi anni, direi da vari decenni. Nonostante ciò, ha sempre ricevuto scarsa visibilità, non si è mai trovato sotto i riflettori di tutto il mondo. L’ oppressione spesso è stata vissuta nel silenzio. In che modo, queste ultime e continue attenzioni-mediatiche hanno influito nella percezione di voi stessi, della vostra identità?

S.A.: Ritengo che il nuovo indirizzo dei media e l’opportunità che stiamo vivendo in questo momento, cioè di disporre di vari riflettori-mediatici internazionali, sia un’ occasione unica. L’ opportunità di realizzare una società curda migliore.
L’ opportunità di acquisire maggiori capacità politiche nel gestire una situazione delicata, senza attribuire responsabilità agli altri.
Oggi abbiamo più impegni poiché abbiamo l’ occasione di avere maggiore visibilità e maggiore unione politica.
Se saremo abili e altrettanto capaci, probabilmente riusciremo a costruire una società curda migliore ottenendo, nello stesso tempo, più indipendenza.
Autonomamente da quello che “altri” possano dire o affermare a riguardo…

5) Mi rende fortemente perplessa il fenomeno di glamourizzazione della guerriglia-curda.
Il fatto che i media-occidentali abbiano ritratto e dipinto le soldatesse con modalità glamour,
rappresentandole come modelle di riviste di “tendenza”.
È vero che si raggiungono enormi masse, anche masse di individui assolutamente qualunquistici che, fino a ieri,
non erano consapevoli dell’ esistenza di un popolo kurdo.
Ma non pensa che sia anche un modo per “banalizzare” la complessa e drammatica storia del popolo curdo,
nonché la drammaticità dell’ attuale-situazione storica (mi riferisco alla lotta al terrorismo)?

S.A.: Il fatto che esistano diversi ragazzi, assolutamente inconsapevoli, che fino a ieri non conoscevano l’ esistenza di una “questione-kurda”, ma che attualmente appoggiano la causa di Kobane, mi rende felice.
Se un’ azienda di moda, come H&M, si ispira alle nostre “fogge” per creare abiti alla “moda”, vuol dire che abbiamo vinto, che abbiamo conquistato il mondo ed anche gratuitamente!
Inoltre ritengo che non ci sia nulla di drammatico e tragico nel combattere una guerra e nel vincerla.
Piuttosto non vi è nulla di più tragico e drammatico che correre il rischio che un’ identità-culturale e sociale venga cancellata e dimenticata dalla storia.
Questo non possiamo permetterlo! Perciò guardo con simpatia tutti i fenomeni (gli ultimi) che “flirtano” con i nostri costumi e la nostra cultura, anche se attraverso una “glamourizzazione” degli stessi.

6) Ma non pensa che questa massificazione possa anche costituire una “banalizzazione” della causa?
Renderne riduttivo il senso ed il messaggio.

S.A.: Fino ad ora, la grande-stampa, quella “ufficiale” (mi riferisco a Repubblica, Il Corriere della Sera, il Messaggero, etc.) è sempre stata molto corretta ed attenta nel descrivere gli ultimi accadimenti dal mondo curdo.
Indubitabilmente esistono anche “provocatori” e persone che tentano di “deformare” e “volgarizzare” il nostro messaggio,
ma la questione non ci riguarda.
Si tratta di minoranze o fenomeni marginali. In questo preciso momento abbiamo questioni più gravi ed urgenti da affrontare.
Non vi è alcun proposito di indugiare oltre su “quisquilie” riguardanti il mondo della “comunicazione”,
almeno fino a quando la grande-stampa internazionale continuerà ad agire correttamente ed obbiettivamente nei nostri confronti.

7) Lei ritiene che il popolo kurdo abbia ricevuto un’ adeguato supporto-internazionale nella lotta al terrorismo dell’ Isis?
O vi sono state delle omissioni?

S.A.: Il popolo curdo è un attore come tanti, in questa guerra al terrore.
Certamente è uno degli attori principali e probabilmente tra i più colpiti.
Ma esistono delle alleanze militari con altri popoli ed altri governi.
Il popolo curdo ha portato a termine degli accordi.
Grazie a questi accordi abbiamo acquisito un riconoscimento internazionale nella lotta al terrorismo.
Le nostre guerrigliere hanno dato un enorme contributo alla lotta ma non erano sole.

8) Il Confederalismo Democratico (noto anche come comunalismo curdo o apoismo), è la proposta del Movimento di Liberazione Curdo per procedere nella liberazione del Kurdistan, in che modo questa dottrina viene interpretata ed applicata nell’ attuale Kurdistan-Iracheno?
Democrazia, socialismo, ecologismo e femminismo, sono i concetti-chiave per comprendere il Confederalismo Democratico del Movimento di Liberazione Curdo.
In che modalità il Kurdistan-Iracheno vive questi nuovi paradigmi? Come fece notare Andrés Pierantoni G. alla conferenza “Sfidare la Modernità Capitalista II” tenutasi ad Amburgo il 3-5 Aprile 2015, in Bolivia ed Ecuador, il concetto di Plurinazionalismo si intreccia con le comunità indigene o afro-discendenti radicate alla loro “Pacha Mama” e alle loro tradizioni, come lo sono le comunità del Rojava; nel caso del Venezuela, invece, è tipico di comunità per lo più urbane e sradicate, simili ai ghetti curdi, ad esempio nella periferia di Istanbul.
Ocalan affermò che “il confederalismo democratico”, propone:
un tipo di auto-amministrazione in contrasto con l’amministrazione dello Stato-nazione … Nel lungo periodo, la libertà e la giustizia può essere raggiunta solo all’interno di un processo confederale e democratico dinamico. Né il totale rifiuto, né il pieno riconoscimento dello Stato sono utili per gli sforzi democratici della società civile. Il superamento dello Stato, in particolare dello Stato-nazione, è un processo a lungo termine”.
In quale circostanza il popolo curdo comprese che progetto di costituire un classico modello di Stato-Nazione, in realtà, si presenta come impresa sconveniente ed inefficace?
Come ci si relaziona ai nuovi valori?

S.A.: Questa dottrina non è molto diffusa nel Kurdistan iracheno ma viene promossa nel Kurdistan turco ed ha trovato una sua prima-applicazione nel Rojava (Kurdistan-Sirano).
Il Kurdistan-iracheno attualmente è lontano dall’ “apoismo” ma ne condivide il progetto di comunità “non statale”, l’ idea di una creazione di comunità autonome confederate come critica allo Stato-Nazione di matrice continentale, in quanto percepito come ostacolo al diritto dei popoli ed alla loro autodeterminazione. Il confederalismo democratico sarebbe, quindi, un’ idea ampiamente condivisa anche nel Kurdistan-Iracheno.
Il progetto resta quello di riuscire a creare vari Stati-Federati Kurdi, autonomi ed indipendenti.
Attualmente, nel Kurdistan-Iracheno non è molto vivace il dibattito sull’ ecologia. Mentre esiste da più di un secolo un movimento femminista, nato e sviluppatosi attraverso le varie lotte partigiane.
Le prime femministe erano attiviste della sinistra-laica irachena. La donna, nella comunità kurda, ha sempre avuto un ruolo-chiave o di primo piano.
Nella società-curda se la donna è capace e desidera diventare ingegnera, dirigente o ambisce ad una carriera-politica non incontra molte difficoltà od opposizioni nel realizzare i propri desideri.
L’ autorità di una donna è facilmente accettata.
Tutt’ ora, se si passeggia tra i villaggi kurdi più tradizionali, è facile incontrare donne-kurde vestite in fogge maschili ed immerse, spesso, in attività e mestieri in altre culture considerati prettamente “virili”, come portare mattoni, costruire o riparare case, etc.
Nonostante ciò, sono ancora molto diffusi (come in tante parti del mondo) casi di stupro e/o di violenza-domestica.
Tuttavia l’ attuale governo iracheno garantisce, a tutte le donne che hanno subito violenza,
servizi di assistenza sanitaria e psicologica gratuita, nonché assistenza-legale e varie forme di “protezione”.
Nell’ amministrazione pubblica e politica sono stati fissati dei parametri ben-precisi:
si garantisce per ogni carica un 30% di quote rosa.
Tutte misure ampiamente rispettate e mai messe in discussione.
Il popolo kurdo tutt’ ora è attaccato e perseguitato dal terrorismo e dall’ integralismo anche
grazie alla sua laicità ed ad una maggiore attenzione dimostrata verso il mondo femminile.
Aspetti che, nell’ attuale contesto Mediorientale, minato da varie forme d’ integralismo, terrorismo e nazionalismo-militarista,
non sono visti di buon occhio.

11) In che modo avete guardato (o guadate tutt’ ora) all’ esperienza Latino-Americana?
S.A.: Non sono molto “addentrato” nella questione… So che diversi intellettuali e diversi giornalisti notano insolite similitudini, concomitanze e sincronismi tra l’ esperienza del Plurinazionalismo latino-americano di ispirazione Bolivariana ed il nostro Confederalismo-democratico.
Sarebbe senz’ altro utile, per il futuro, creare un’ osservatorio-politico che approfondisca ed esamini le corrispondenze e le similitudini tra i due modelli proposti.

 

                                                                                                                                 Maddalena Celano

 

Articolo tratto da www.ilsudest.it

e www.ilsudest.com

Rappresentante della “narco-democrazia” colombiana all’ attacco della sovranità venezuelana!

di Maddalena Celanofelipe gonzalez tratto da www.ilsudest.it

 

In Spagna Felipe González ha inaugurato le sue nove proteste contro il governo Venezuelano.

Sempre dalla Spagna, negli anni scorsi, creò abbastanza danni al Venezuela quando divenne socio di Carlos Andrés Pérez che gli regalò la linea aerea Viasa (Venezolana Internacional de Aviación, Sociedad Anónima), un esempio di buone-pratiche aziendali per tutto il mondo. Fu durante il primo mandato presidenziale di Carlos Andrés Pérez (amico e socio d’ affari di Felipe González ) che Viasa venne definitivamente nazionalizzata.

Viasa andò in crisi, e iniziò a regalare biglietti di cortesia in Prima Classe a funzionari statali e loro familiari. Lo stesso presidente Pérez, invece di utilizzare l’aereo presidenziale (un Boeing 737-200), preferiva servirsi della flotta dei DC-10-30 di Viasa per i suoi ricorrenti viaggi di stato. Eppure Felipe González (sempre in combutta con il presidente Pérez) dilapidò tutto il patrimonio dell’ azienda che fu costretta a chiudere.

Non pagò mai i piloti, le hostess, i lavoratori, i tecnici… Nonostante ciò, l’ex presidente Colombiano Felipe González, legato alla peggiore oligarchia colombiana (spesso in combutta con i narcotrafficanti), attacca il Venezuela. L’oligarchia che domina il potere in Spagna ha terrore dell’idea di una Democrazia Bolivariana, di una democrazia reale, diretta, basata sulla cittadinanza attiva, una democrazia popolare. Per questa ragione questo “signorotto” che vive di lobby internazionali ed è coordinatore dell’asse Bogotà-Madrid, nonché cittadino colombiano, non desidera che i venezuelani esercitino i loro diritti alla sovranità e l’autodeterminazione. Non desidera che il Venezuela abbia potere, desidera che l’abbiano solo i suoi quattro soci per spartirsi le ricchezze delle industrie petrolifere venezuelane. Felipe González, conosciuto anche come mister X, è anche sospettato (tra i principali sospettati) mandanti dei GAL, delinquenti (mercenari) contrattati e stipendiati dal Governo Spagnolo per ammazzare militanti dell’Eta. In realtà furono condannati vari amici, conoscenti e subordinati di Felipe González per aver agito a piede libero e senza il suo consenso dalla Colombia, nell’ organizzazione di attentati ed agguati. Intanto in Spagna continua a governare la destra franchista (tutti diretti discendenti di vecchie famiglie franchiste) che vive tra cocktail, ripartendo commissioni tra parenti ed amici, vivendo a spese di chi lavora e soffre.

Tutto mentre si creano varie frange giovanili xenofobe ed in “aria” di neo-nazismo, la disoccupazione aumenta, giunta al 23,6% solo nel 2012.

FONTI:

Che Guevara: l’emblema dell’uomo-nuovo che si presenta come una tempesta sullo zucchero.

di Maddalena Celano da www.ilsudest.it

 

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Ernesto “Che” Guevara insieme a Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre

 

 

L’Argentino che ha rivoluzionato Cuba: inventore e profeta del terzomondismo.

“Davanti a tutti i pericoli, davanti a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, davanti a tutti i seminatori di discordia, davanti a tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, ancora una volta, la capacità del popolo di costruire la sua storia”. Ernesto Che Guevara, Da Opere, v. 3, pt. 1. a cura di Carlos Varela, Feltrinelli

“Noi ci schieriamo a fianco di coloro che vogliono mutare al tempo stesso la condizione sociale dell’uomo e la concezione ch’egli ha di se stesso”. Jean-Paul Sartre, Présentation de Les Temps Modernes (1945).

“La conquista è fatta con la violenza; il supersfruttamento e l’oppressione esigono il mantenimento della violenza, e di conseguenza la presenza dell’esercito (…) Il colonialismo nega i diritti umani a uomini che ha sottomesso con la violenza, che mantiene con la forza della miseria e dell’ignoranza e quindi, come direbbe Marx, in una condizione di “sub-umanità”. Nei fatti stessi, nelle istituzioni, nella natura degli scambi e della produzione, è iscritto il razzismo”. (J.-P. Sartre, Portrait du colonisé, 1957)

Il filosofo francese J.-P. Sartre, affascinato ed incuriosito dagli accadimenti rivoluzionari cubani e dai suoi protagonisti, decise di recarsi nell’isola caraibica e stilarne un vasto ed approfondito reportage. Perciò scrive, il 9 luglio del 1960, sulla rivista France-Soir un resoconto del suo viaggio a Cuba: “Il più grande scandalo della rivoluzione cubana non è quello di aver espropriato i piantatori ma quello di aver messo dei bambini al potere. Da anni i nonni, i padri e i fratelli maggiori aspettavano che il dittatore fosse morto per dargli il cambio: si andava avanti per promozione di anzianità. In previsione del giorno in cui sarebbe cambiata la squadra, i partiti si prendevano l’incarico rischioso di proclamare pubblicamente il loro attaccamento al parlamentarismo. Tutto andava bene quando, un bel giorno, i cadetti arraffarono il potere e lasciarono intendere che lo avrebbero conservato. Niente vecchi al potere! Infatti, non ne ho visto neanche uno tra i dirigenti…”

In principio, la rivoluzione è stata meravigliosa; “Un grande spettacolo“, l’ingresso dei liberatori in città, “una marea capillare, i condottieri, Cesare Borgia,il Rinascimento…”, ha scritto Virgilio Piñera, felice di trovare per le strade de L’Avana scene della leggenda biblica e della grande pittura italiana[1]. In un secolo in cui i grandi comandanti non erano più concepibili, la barba era divenuta il recupero di un po’ di “vecchia epicità”. Lo stile della rivoluzione era decisamente romantico: “Era come se il fantasma di Cortez [sic] fosse apparso nel nostro secolo sul cavallo bianco di Zapata“, ha osservato Norman Mailer nella sua “Lettera aperta a Fidel Castro”[2]. Cronache, storie, poesie, testimonianze aumentano l’elenco delle reminiscenze: Robin Hood, conquistatori barbari di Roma… Sollevazioni lente come corrugamenti geologici, deboli ricadute che diventano presto febbrili. Ed improvvisamente una folla invincibile le cui prime file cadono in ginocchio nel sangue, colpite da raffiche di mitragliatrici. Allora la folla scoppia in migliaia di fuggiaschi. Torna la pace per poi riorganizzarsi con più audacia ed ardore. Di nuovo si ricomincia con assemblee, rivolte, sommovimenti… In questo piccolo saggio ci orienteremo simbolicamente anche sulle tracce di Cortez e di Pizzarro, alla scoperta degli imperi decaduti del sole e dell’oro. L’America Centrale e del Sud, i Caraibi, resteremo incantati dalle rovine delle civiltà morte, i monti ed i misteri dell’America indiana.

Il mito di Ernesto “Che” Guevara (giovane medico argentino ammalato di asma cronica) come emblema della Rivoluzione, nasce il 25 novembre 1956, quando da Tuxpán (Messico) parte con un vecchio cargo fradicio, soprannominato Granma (una contrazione di “grand mother” = nonna), in direzione di Cuba, con 82 volontari di cui ne sopravvivranno ben pochi (solo 17). Lo stesso Ernesto “Che” Guevara si salvò per puro miracolo poiché, durante il tragitto, ebbe dei forti e violenti attacchi d’ asma, fu aiutato e sostento da Gino Doné Paro, partigiano ed antifascista italiano, l’unico italiano a bordo del cargo. Ernesto “Che” Guevara già sfinito dal viaggio e dalla crisi di asma scatenata dal mal di mare, trascina il suo corpo debole e provato in guerriglia: diventa così il medico della prima spedizione rivoluzionaria guidata dal Comandante Fidel Castro. Un violento attacco da parte dell’Esercito Regolare Cubano (al servizio del dittatore Batista) colse di sorpresa i pochi e provati guerriglieri. É il panico: il battesimo di fuoco. Sotto una grandine di pallottole gli uomini corrono senza sapere dove. Alcuni verso la piantagione, altri verso il bosco, altri ancora in direzione del tagliafuoco. Il “Che” correndo ed ansimando, scopre che nella fuga qualcuno aveva lasciato cadere una cassa di pallottole. Il “Che” pensa che le pallottole siano l’oro della guerra e che quel tipo ha appena abbandonato un tesoro, ma lui era già carico del suo zaino di medicinali. Il “Che” era il medico della spedizione: si trovò di fronte ad un dilemma. Fu il momento decisivo della sua vita. Con una spallata, gettò lo zaino pieno di medicine e si carica sulla schiena la cassa di pallottole e corre, barcollando, verso la piantagione. Da ora in poi, più che un medico, sarà un combattente: le sue lunghe ed affusolate mani di intellettuale, medico e scrittore da allora premeranno il grilletto dei revolver, dei fucili mitragliatori e lanceranno bombe. In quel momento, il dottor Guevara, decise di stare dalla parte di coloro che uccidono e vengono uccisi. Al suo fianco corre il compagno Albertosa che, si lascia cadere, si rialza, e come un colossale bambino vomita grumi di sangue dal naso e dalla bocca, come un pazzo urla: “mi hanno beccato”. Il Che resta disteso, una pallottola gli attraversa il collo ed avverte un colpo al petto, come un pugno sferrato da un invisibile pugile. Il “Che” galleggia nel limbo e per minuti, ore, penserà come morire nel modo migliore. Il suo primo battessimo di fuoco, nel mondo della guerriglia, lo trasformano in un soldato indomabile ed in uno stratega implacabile: diventerà l’emblema della Rioluzione. Nel suo reportage “Tempesta sullo zucchero“, il filosofo francese Sartre parla di “invasione di Cuba da barbari“: questo trionfo del giovane barbuto che si era liberato dei suoi genitori e che aveva rotto da tempo con i loro valori obsoleti. Il filosofo francese ha attribuito il “disordine radicale dei rapporti umani” nella Rivoluzione cubana con l’associazione dei giovani in rivolta provvisti di barba, uno dei brand definitivi del radicalismo del XX secolo: “Sulla popolazione molto civilizzata, un pò indebolita dell’isola, una nuova barbarie si è scagliata; la gioventù che avanzava mascherata. Gli indigeni vengono trattati bene dai nuovi conquistatori, ma questi mantengono le distanze e si sposano fra loro, niente fraternizzazione. Molte rivoluzioni possono lamentarsi come le persone: “Non ho avuto una giovinezza, io!”. Le poverine sono state troppo accelerate e troppo presto: per necessità; c’erano delle classi da saltare, degli esami da passare; le malattie infantili le divoravano. Cuba, fino a quel momento, ha avuto questa fortuna: non ha avuto bisogno di lesinare sul suo inizio; fortunatamente: non lo avrebbe fatto senza distruggere; dal 1957 al 1959, la rivoluzione della gioventù ha creato una nuova avventura che si vive da quattordici mesi: la giovinezza di una rivoluzione. Domandiamoci cosa può significare per un giovane potere, poter essere esercitato da giovani. Da parte mia, esaminerò solo tre questioni essenziali:come la nuova impresa plasma questi adolescenti per farne l’esecutivo che deve portarla felicemente a termine…”[3] Jean-Paul Sartre raggiunge Cuba in compagnia di Simone de Beauvoir il 22 febbraio 1960: si trattiene per quasi un mese. Si tratta del suo secondo viaggio nell’ isola, il primo, avvenuto nel 1949, sembra distante anni luce. Gabriela Paolucci ne “L’Incontro tra Sartre e la Rivoluzione Cubana”[4] afferma: “… Il volto dell’Avana e dell’intera Isola, fino a poco prima territorio esclusivo di yacht-club nordamericani, spiagge private, casinò, bordelli e quartieri esclusivi per i bianchi – è radicalmente mutato. La dittatura di Batista è stata sconfitta dall’Esercito Ribelle e la giovane Rivoluzione cubana sta vivendo la sua affascinante “luna di miele”. Alcune delle misure rivoluzionarie più significative cominciano a fare i primi passi in un’atmosfera di euforia collettiva: l’abolizione del latifondo e la Riforma agraria, elaborata nelle sue linee essenziali da Che Guevara; la campagna di alfabetizzazione; la Riforma urbana, con cui la distribuzione delle abitazioni, l’abbattimento del prezzo degli affitti, dell’elettricità e del telefono. Fidel Castro, il cui ruolo alla guida dell’ isola si sta già chiaramente delineando in mezzo ai conflitti tra tendenze moderate e radicali della rivoluzione, è a capo del governo. Il prestigio di Che Guevara , il giovane medico direttore del Dipartimento di industrializzazione dell’Inra e presidente del Banco National e sta crescendo, dentro e fuori l’Isola. Ma è anche il momento in cui comincia a prendere corpo lo scontro con gli Stati Uniti, come Sarte e Simone De Beauvoir hanno modo di toccare con mano il 4 marzo, quando un atto di sabotaggio fa esplodere nel porto della capitale il cargo francese “La Coubre”, provocando duecento morti. L’ adesione di Sartre all’ esperienza cubana è senza riserve. Ai suoi occhi Cuba rappresenta una nuova speranza di fronte ai drammatici fallimenti dei paesi dell’ Est. La strada che ha imboccato la prima rivoluzione dell’ America Latina sembra possedere tutti i requisiti per evitare gli esiti catastrofici di quel “mostro sanguinante che dilania se stesso” che è il “socialismo” dei regimi stalinisti (come aveva scritto in “In fantasma di Stalin”, nel 1957). La “democrazia diretta” è il cuore di questa giovane e originale rivoluzione, impermeabile all’ ideologia “sclerotizzata” e “intorpidita” che “dissolve gli uomini reali in un lago di acido solforico”. La sua forza risiede nell’ assenza di dogmatismo: nel fatto che essa forgia la propria ideologia nel farsi della prassi rivoluzionaria…” .[5]

ll filosofo francese, dopo i suoi incontri con la gioventù cubana, l’incontro con il rivoluzionario Che Guevara e Fidel Castro, decide di peregrinare per tutta l’isola: il risultato fu un’adesione entusiasta al movimento Rivoluzionario Cubano.

Un incontro felice, dunque, quello tra l’intellettuale che si batte a fianco dei popoli del Terzo Mondo, il critico radicale del marxismo sclerotizzato e dello stalinismo, lo scrittore che, convinto che “la parola è azione“, impegna tutto il proprio ascendente per “far sì che nessuno possa ignorare il mondo e dirsene innocente” (Che cos’è la letteratura? 1949) – e la giovane Rivoluzione cubana che incarna ai suoi occhi la possibilità di realizzare il magico momento della “fusione” e della spontaneità rivoluzionaria, dove “ciascuno è legato a tutti gli altri in un’impresa collettiva” (Critique de la raison dialectique). Ma l’idillio non durerà che poco tempo. Le fasi successive dell’esperienza cubana, stretta nella morsa asfissiante dell’ aggressione imperialistica e della “protezione” sovietica, metteranno sempre più a rischio la sua originalità e il suo iniziale spirito utopico. Sartre a sua volta, non si occuperà più dell’Isola caraibica e della sua sorte, se non per esprimere una generosa solidarietà (per esempio nel messaggio al Congresso Culturale dell’ Avana nel 1968), o per prendere posizione contro alcuni episodi particolarmente gravi di repressione della libertà d’espressione, come nei confronti del “caso Padilla[6]. L’entusiasmo che il filosofo francese dimostra verso Cuba, non dovrà stupire nessuno: Cuba, subito dopo il Vietnam, ha rappresentato (e rappresenta tutt’ora) la realizzazione concreta e reale dell’ utopia terzomondista: la prova storica che perfino uno stato in miniatura, povero ed insignificante (sotto il profilo economico) può sconfiggere la più grande potenza economica internazionale e gestirsi autonomamente (pur con tutte le difficoltà del caso). Del resto Sartre è sempre stato un autentico anti-imperialista: da sempre impegnato per l’indipendenza Algerina, ha sempre condannato il colonialismo e la sua falsa coscienza. Il colonialismo, scrive sulle pagine di Les Temps Modernes: “… è la nostra vergogna, si fa beffe delle nostre leggi o le riduce ad una caricatura; ci infetta col suo razzismo. Obbliga i nostri giovani a morire loro malgrado per i principi razzisti che combattevamo dieci anni fa (“Le colonialisme est un système“, 1956)[7]. Sartre oltre tutto mostrerà un’attenta consapevolezza dell’ estrema durezza delle condizioni rivoluzionarie, una durezza che non risparmia nessuno: “La rivoluzione è una medicina per cavalli: una società si spacca le ossa a colpi di martello, distrugge le proprie strutture, sconvolge le istituzioni, trasforma il regime della proprietà e ridistribuisce i suoi beni, orienta la produzione rispetto ad altri principi, tenta di aumentarne al più presto il tasso d’ incremento e, nel momento stesso della distruzione più radicale, cerca di ricostruire, con tutta la sua forza, come con trapianti ossei un nuovo scheletro; il rimedio è estremo, spesso bisogna imporlo on la violenza: Lo sterminio dell’avversario e di qualche alleato non è inevitabile, ma è prudente prepararcisi. Dopo questo, niente garantisce che il nuovo ordine non sarà schiacciato dal nemico dall’interno o dall’esterno, né che il movimento, se vincitore, non sarà deviato dalle sue lotte e dalla vittoria stessa“.[8] Quando Sartre con il “Manifesto dei 121“, proclama il diritto all’insubordinazione per le riserve mobilitate nella guerra algerina, si cui è estensore e primo firmatario con Blanchot e Breton, il Pcf lancerà un attacco senza esclusione di colpi contro gli ideatori e i firmatari. L’analisi del colonialismo come sistema, di cui smonta i meccanismi politici, economici e ideologici, si coniuga all’implacabile denuncia dei misfatti che l’esercito francese compie durante l’occupazione ed Algeria, delle torture e delle umiliazioni fisiche e morali inflitte agli algerini. Esse “hanno in comune la capacità di rivelare questa cancrena (…), l’esercizio cinico e sistematico della violenza assoluta. Saccheggi, stupri, rappresaglie esercitate ai danni della popolazione civile, esecuzioni sommarie, ricorso alla tortura per strappare confessioni o informazioni” denuncia dalle pagine di Les Temps Modernes (Sartre, 1959a). [9] Contro il silenzio e la complicità dei francesi, ai quali governo e media si guardano bene dal raccontare la verità di quel che accade in Africa, Sartre lancia strali vigorosi: “Nascondere, ingannare, mentire: è un dovere, per gli informatori della Metropoli: l’unico crimine sarebbe quello di turbarci”. Comparando la guerra d’Algeria all’Olocausto, scrive: “Sapevamo tutto, e soltanto oggi siamo in grado di comprenderlo: perché anche noi sappiamo tutto. (…) Oseremo ancora condannarli? Oseremo ancora assolverci?” (Sartre, 1957a).[10] Il proletariato ed il sotto-proletariato terzomondista individua nel materialismo la dottrina della propria rivoluzionarietà, della propria liberazione dalla alienazione sociale: ciò significa almeno che il materialismo ha un contenuto “atto” a mobilitare le forze rivoluzionarie. Ma non vuol dire che esso sia la “verità” del marxismo. Se intraprendiamo un esame rigoroso dell’atteggiamento rivoluzionario, dobbiamo innanzi tutto renderci conto della situazione del proletariato in quanto oppresso e della possibilità del superamento della oppressione attraverso la prassi liberatrice: questo, prima ancora di proclamarci materialisti-storici. L’unico modo di smascherare il mito è di ricondurlo alle operazioni originarie, le analisi delle quali deve portare alla sostituzione del mito stesso con una filosofia che sia concreta traduzione delle esigenze rivoluzionarie. Occorre ripercorrere il cammino attraverso il quale il materialismo è diventato il “fatto”, vedere come le esigenze rivoluzionarie si sono solidificate in esso perdendo il loro significato originario: “Forse, se qualcuno le libera dal mito che le schiaccia e le maschera a se stesse, esse tracceranno le grandi linee di una filosofia coerente che abbia, in confronto al materialismo, la superiorità d’ essere una descrizione vera della natura e delle relazioni umane[11]

Sartre si pone d’ora innanzi all’interno di questo progetto di una coerente filosofia della rivoluzione che egli comincia a ritenere realizzata nel 1960 con la Critica della Ragion Dialettica; il modo di approccio è un atteggiamento generico-costitutivo in grado di usare il “rasoio di Occam” ai fini di una ricostruzione fenomenologica. In questo caso si tratta di “tagliare” la falsa assolutizzazione del materialismo. La fondazione di una filosofia rigorosa che cancelli “tutti i miti” per ritornare al campo originario e autentico della esperienza rivoluzionaria e per mostrare come la azione e la comprensione della realtà si unifichino nell’unica direzione dell’uomo, non può non ricondurci alle operazioni di chi “in situazione” agisce da Rivoluzionario. La genesi deve partire dalla situazione dell’ oppresso al fine di ricostruire il movimento dialettico, che poi tutti gli uomini possono riconoscere e contribuire a realizzare. Il materialismo è un mezzo e non un fine: nello stesso momento in cui è posto esso viene superato. La filosofia “coerente” è infatti quella della trascendenza e della libertà. É proprio attraverso le operazioni dell’oppresso nella situazione rivoluzionaria che scopriamo la dialettica e il suo carattere totalizzante. All’oppresso è stata tolta la dignità di uomo: sopra di lui valgono i diritti e le leggi della classe dominante. Così il rovesciamento della situazione è innanzi tutto legato alla comprensione della situazione stessa e alla azione he dialetticamente ne consegue, se l’oppresso mira a una reale liberazione (e non a una falsa libertà interiore). In secondo luogo il rovesciamento rivoluzionario tende costituitivamente a superare il presente in vista di un futuro diverso e tende ad abbracciare tutti gli uomini. L’oppresso rende universale la propria causa in quanto non vuole sostituire i diritti che abbatte con altri diritti e con altre leggi, ma soltanto con un riconoscimento delle libertà reciproche e quindi con un auto-riconoscimento della specie umana. Il presente viene vissuto ed agito alla luce del futuro e di un progetto anti-naturale in quanto negazione della “naturalità” della situazione esistente. Si tratta, dice Sartre significativamente, di decollare da una situazione per negarla e per assumere una visuale complessiva: si tratta di pre-sentire e di inventare la società senza classi per sostituire il regno dei fini al regno delle leggi. Ha allora ragione Marx quando parla di un “al di là del comunismo” e anche Trozkij quando sostiene la “rivoluzione permanente“. In definitiva abbiamo reintrodotto la soggettività dando ad essa il compito di protagonista della dialettica stoica, che è dialettica del superamento e del progresso. Sarte incontrerà per la prima volta il rivoluzionario argentino Ernesto “Che” Guevara il 10 luglio 1960, su France-Soir scriverà: “… Guevara è considerato un uomo di grande cultura e questo si avverte: non ci vuole molo per accorgersi che dietro ogni sua frase c’è una riserva d’oro. Vi è un abisso, però, che separa questa ampia cultura, queste conoscenze generali di un giovane medico che per inclinazione, per passione, si è dedicato allo studio delle scienze sociali, dalle materie e dalle tecniche indispensabili per un banchiere statale. Egli non parla mai di queste cose, se non per scherzare sui propri cambi di professione; ma si avverte l’intensità del suo sforzo: lo tradisce d’ogni lato, meno che nel volto tranquillo e disteso. Innanzi tutto era insolita l’ora del nostro appuntamento: la mezzanotte. E avevo pur avuto fortuna, perché i giornalisti e gli ospiti stranieri vengono ricevuti con cortesia e lungamente, ma alle due ed alle tre del mattino. Per giungere al suo ufficio dovemmo attraversare un ampio salone che aveva i mobili solo lungo le pareti: alcune sedie ed una panca. In un angolo c’era un tavolino con un telefono. Su tutte le sedie la stanchezza assaliva i soldati; quelli che erano di guardia e, ancor di più, quelli che dormivano, tormentati fon nei sogni dall’incomodità della loro posizione… Si aprì una porta. Simone De Beauvoir ed io entrammo e quell’impressione comparve. Un ufficiale dell’ esercito ribelle, coperto da un basco, mi aspettava: aveva la barba ed i capelli lunghi come i soldati dell’ingresso, ma il volto limpido e sereno mi parve mattiniero. Era Guevara. Usciva dalla doccia? Certo era comunque che aveva cominciato a lavorare molto presto il giorno prima, aveva fatto colazione e cena nel suo ufficio, aveva ricevuto dei visitatori ed altri ne aspettava dopo di me. Sentii la porta chiudersi alle mie spalle e persi il ricordo della mia precedente stanchezza insieme alla nozione di tempo. In quell’ufficio non entra la notte: a quegli uomini di guardia, compreso il principale tra loro, dormire non sembra una necessità naturale, ma un’ abitudine della quale i sono più o meno liberati. Non so quanto riposino Guevara e i suoi compagni. Suppongo che ciò dipenda dalle circostanze e sia il rendimento a decidere: quando si abbassa, allora si fermano… Quei giovani attribuiscono un culto discreto all’energia, tanto amata da Stendhal. Non si creda però che ne parlino, che ne ricavino una teoria. Vivono l’energia, la praticano, forse la inventano: si dimostra negli effetti, ma essi non pronuncino una parola a riguardo. La loro energia si manifesta.”che-mate001-med

A partire da Cuba si sviluppa, nelle coscienze degli occidentali più progressisti, di un sentimento di debito impossibile da cancellare, nessuno meglio di Sartre, nella sua prefazione ai “Dannati della Terra” di Franz Fanon[12] , l’avrebbe suscitato e fondato in diritto. Dei crimini commessi contro i popoli colonizzati, ora in via di sviluppo, siamo tutti colpevoli o complici, fino a quando starà in nostro potere il farli cessare. Questa colpevolezza giace in noi inerte, estranea, e bisogna ugualmente che la riprendiamo a nostro carico e che avviliamo noi stessi per poterla sopportare. “Abbiate il coraggio“, egli scrive, “di leggere Fanon: per questo primo motivo che vi farà vergogna e la vergogna, come ha detto Marx, è un sentimento rivoluzionario“.[13]

Così la sinistra-occidentale, dal 1960 fino ai nostri giorni, fu presa da un appetito pantagruelico per il mondo, s’ingozzò i tutti gli angoli del globo, il Terzo Mondo non era altro che il doppio del nostro. Il terzomondismo compì, in campo pratico e politico, quella deviazione passionale sempre denunciata dai moralisti , l’amore innamorato di se stesso, l’amore compiacente, incapace di crearsi un complemento diretto. Il militante terzomondista colleziona sommosse, rivolte, rivoluzioni, concedendosi l’ebbrezza dell’infinito. Anche se l’altrimenti e l’altrove cui egli fa appello sono ancora troppo attaccati a questo basso mondo, che rifiuta. L’autentica alterità suppone un rapporto con una realtà sociale infinitamente lontana dalla propria, senza che tale lontananza distrugga il rapporto, e senza che il rapporto distrugga la lontananza. Non abbiamo il diritto di vivere in pace finché un solo bambino, continuerà a soffrire: i militanti terzomondisti diventano così i fautori di un universalismo astratto. L’iniziatore di questa forma di terzomondismo resta senz’altro Jean-Paul Sartre: “Ognuna delle mie scelte ha allargato il mio mondo. Di modo che non considero più le loro implicazioni come limitate alla Francia. Le lotte con cui m’identifico sono lotte mondiali” .[14]

Nel dicembre del 1967 Jean-Paul Sartre viene intervistato da Prensa Latina sul Tribunale Bertrand Russel e sul ruolo sociale e politico del rivoluzionario Che Guevara, e dichiara: Voi conoscete la mia ammirazione per Che Guevara. Penso che effettivamente quest’uomo non sia stato solo un’intellettuale, ma l’uomo più completo del suo tempo. É stato il combattente, il teorico che ha saputo trarre dalla battaglia, dalla sua stessa lotta e dalla suae sperienza, la teoria per continuare a lottare[15]. Fino ai primi decenni del secolo XX, barba e baffi erano indici di borghese rispettabilità in una società che considera la maturità come valore supremo. Stefan Zweig dice nella sua autobiografia che nell’era prima guerra mondiale “si è verificato quello che oggi è quasi incredibile, e cioè che i giovani costituisce un ostacolo per qualsiasi carriera, e la vecchiaia un vantaggio.” Con la strage del 1914, questi valori sono stati invertiti: prima la giovinezza era considerata un elemento di sospetto, invece oggi i giovani hanno imparato a far pesare il loro “valore”.


[1]Virgilio Piñera scrisse sul trionfo della Rivoluzione Cubana nel periodico Revolución e nel suo supplemento Lunes de Revolución

[2] Nel 1961 Mailer scrisse una lettera aperta a Fidel Castro, dicendo “ci stai dando speranza“.

[3] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 184

[4] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 7.

[5] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 8.

[6] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 10.

[7] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 11

[8] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag.90

[9] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 12

[10] Visita a Cuba, Jean-Paul Sartre, introduzione di Gabriella Paolucci, Massari Editore, pag. 12

[11] Materialismo e Rivoluzione, in “Temps Modernes” (poi ripubblicato in Situations II), J.-P. Sartre, Gallimard, Paris, pag. 303

[12] Frantz Fanon, Les Damnés de la terre, Maspero, Paris, 1961. Traduzione Italiana: I Dannati della Terra, Einaudi, Torino, 1962.

[13] Frantz Fanon, Les Damnés de la terre, Maspero, Paris, 1961. Traduzione Italiana: I Dannati della Terra, Einaudi, Torino, 1962., pag. 11.

[14] Interista a Tito Gerani, 1974, citata da Simone De Beauvoir in La Cérémonie des adieux, Gallimard, Paris, 1981. Traduzione in italiano: La cerimonia degli addii, Einaudi, Torino, 1983.

[15] “El Che fue el hombre más completo de su tiempo”, estratto da un’ intervista a Prensa Latina, pubblicato in Bohemia, n. 51, 22 dicembre 1967, p. 45. Traduzione di Antonella Marazzi.

Donne: schiave del Potere

 di Maddalena Celano, pubblicato il 28 febbraio 2015 su www.ilsudest.it

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Un inquietante e scandaloso dossier-giornalistico, un Fandango Tascabili(Collana Documenti), copertina bianca ed abbastanza maneggevole, riporta sin dalla prima pagina (l’ introduzione, a pag. 9) questo aneddoto:

Quando avevo sette anni mia madre raccomandava a me e mia sorella Sonia, ogni volta che uscivamo in strada, di evitare la “ruba-bambine”, una vecchia nota nel quartiere perché rapiva le femmine; le attirava regalando caramelle e poi le vendeva ad estranei. La parola equivalente in inglese, “kindnapper”, attualmente è utilizzata per indicare il sequesto di persone di qualsiasi età. Quarant’ anni dopo quelle lezioni infantili, ho scoperto che ciò che da piccola mi sembrava un aneddoto tratto da un racconto di Dickens era diventato, con il passare del tempo, uno dei problemi più seri del XXI secolo. La società in generale tende a considerare la tratta di bambine e donne come una reminiscenza di un passato in cui la “tratta delle bianche” era un commercio minore proprio dei pirati che sequestravano donne per venderle a bordelli di paesi lontani. Credevamo che la modernizzazione e le forze del mercato globale l’ avrebbero sradicata e che gli abusi contro l’ infanzia negli angoli sperduti del “terzo-mondo” sarebbero scomparsi al semplice contatto con le leggi occidentali e l’ economia di mercato. La ricerca che è alla base di questo libro dimostra esattamente il contrario. Il mondo sta sperimentando un autentico boom di reti organizzate che rapiscono, comprano e schiavizzano bambine e donne; le stesse forze che, in teoria, avrebbero dovuto sradicare la schiavitù l’ hanno invece potenziata a livelli inauditi. In tutto il pianeta stiamo assistendo allo sviluppo di una cultura che tende a rendere normali il rapimento, la sparizione, la compravendita e la corruzione di bambine e adolescenti, allo scopo di trasformarle in oggetti sessuali da affittare o vendere; una cultura che per di più promuove la mercificazione dell’ essere umano come fosse un atto di libertà o progresso. Soggiogate da un’ economia di mercato disumanizzante, che ci è stata imposta come destino ineluttabile, milioni di persone considerano la prostituzione un male minore e scelgono di ignorare lo sfruttamento e i maltrattamenti che comporta, insieme a un sempre maggior potere del crimine organizzato, dove più dove meno, nel mondo intero. Nella mappa internazionale del crimine organizzato mafiosi, politici, militari, imprenditori, industriali, guide religiose, banchieri, poliziotti, giudici, sicari e uomini comuni costituiscono un’ enorme catena che resiste da secoli. La differenza tra delinquenti solitari, o piccoli raggruppamenti di bande locali, e reti criminali globalizzate consiste nelle strategie d’ azione, nei codici di comportamento e nelle tecniche di mercato…La tratta di esseri umani, documentata in 175 nazioni – mette in luce la debolezza del capitalismo globale e la disparità provocata dalle regole economiche dei paesi più potenti; ma, soprattutto, evidenzia come la crudeltà umana e i processi culturali che l’ hanno rafforzata siano diventati un fenomeno ordinario. Ogni anno nel mondo 1.390.000 persone, nella stragrande maggioranza donne e bambine, sono ridotte allo stato di schiavitù….”.

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Golpismo permanente in Venezuela

nicolas-maduro11di Maddalena Celano da www.ilsudest.it

Questo 13/02/2015 il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, afferma pubblicamente che il suo Governo è riuscito a vanificare un nuovo piano eversivo contro le attuali autorità governative venezuelane ed ha annunciato che sono state fermate un gruppo di persone imputabili del piano sovvertitore, tra le quali degli ufficiali dell’aviazione militare: tutto fa parte di una strategia “tracciata da Washington.” È stato disarticolato, è stato smantellato un attentato golpista contro la democrazia, contro la stabilità della nazione Venezuelana, affermò Maduro durante l’ atto di commemorazione del Giorno della Gioventù a Caracas. Il presidente venezuelano indica che si tratta di un tentativo di servirsi di un gruppo di ufficiali dell’aviazione militare per provocare un evento violento, un atto terroristico che sarebbe stato un tentativo di rivisitazione del colpo di Stato che si pianificò l’anno scorso, denominato “colpo azzurro”. Informò che tra la notte del 12 febbraio e l’alba del 13 sono stati arrestati buona parte dei mandanti e dei complici del piano eversivo. I militari golpisti avevano l’ordine di registrare una videocassetta per altri militari che si trovano in carcere, per partecipare ad piano di violento attacco aereonautico contro il palazzo presidenziale di Miraflores. Il 12 febbraio stavano cercando di provocare numerose morti a Caracas ed altre morti all’interno del paese, presso altre manifestazioni dell’opposizione. Il piano improvvisamente denunciato da Maduro avrebbe varie fasi, tra le quali si racconta dell’ “imboscata economica” che stava già per prodursi attraverso l’ occultamento, presso magazzini clandestini, di prodotti basilari e l’ incitamento ai saccheggi. Una crisi causata artificialmente anche con l’ aiuto di militari vicini agli oppositori. Segnalò, inoltre, che i golpisti avevano assicurato agli Stati Uniti ed al suo Governo che una volta realizzata l’ “imboscata” economica, l’opposizione si sarebbe proposta per governare il paese.

 DENUNCIA DEL PRESIDENTE NICOLÁS MADURO ALLA NAZIONE E ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE DELLE NUOVE AZIONI DEL COLPO DI STATO CONTINUATO CONTRO LAREPUBBLICA BOLIVARIANA DEL VENEZUELA E DELL’ INGERENZA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA
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Gli U.S.A. contro il nuovo spettro che si aggira per il mondo: il Bolivarismo

hugo chavez _n Dal sito: www.ilsudest.it

Lo sviluppo sociale e politico del bolivarismo è stato da anni bersaglio di un processo di disinformazione globale nonché di “insicurezza informativa”, come spesso ha riportato il lungimirante sociologo-giornalista Ignacio Ramonet (direttore di Le Monde Diplomatique).

Pertanto per comprendere l’intricato e complesso evento storico è opportuno riporre insieme un po’ di pezzi di questo caotico mosaico.

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Banmujer : Uno schiaffo alla femminilizzazione della Povertà

chaveerArticolo tratto da: www.ilsudest.it

 di Maddalena Celano

Una delle più importanti istituzioni pubbliche del Venezuela, fu creata per assistere le donne impoverite attraverso il micro-credito: Banmujer .

Banmujer nacque il 21 settembre 2001 come una banca con una specifica “mision”: procurare occasioni di sviluppo e crescita socio-produttiva per donne in condizioni economiche disagiate come ragazze-madri, vedove e donne nate in aree rurali particolarmente povere ed ostili ad ogni forma di progresso ed indipendenza femminile. Dal 2001 Banmujer annovera più di 138mila micro-crediti concessi e risulta che abbia salvato dalla miseria e dal degrado più di 3000 famiglie del paese.

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Un esempio di giornalismo-sociale partecipato: Erika Adriana Mindiola Rubín!

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 Dal Venezuela, articolo tratto da www.ilsudest.it

 

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di MADDALENA CELANO

Nostra intervista da:  www.ilsudest.it

Erika Adriana Mindiola Rubín, è una giovane giornalista radiofonica Venezuelana.

Nasce il 22 di Gennaio del 1980 in una parrocchia popolare di Caracas, Santa Rosalía, dove visse e crebbe durante tutta l’ infanzia. É madre di due figli, Jerverick e Jervin. Si iscrive all’Università Bolivariana del Venezuela nel 2005. Con la creazione dell’Università Bolivariana del Venezuela, si aprirono per la prima volta le porte della cultura a molti giovani bisognosi, analogamente a persone non più giovani ma desiderosi di imparare o aggiornarsi. Si offrì loro finalmente l’ opportunità di studiare. Decide così di intraprendere il Corso di Laurea in Comunicazione Sociale, viene conquistata dal giornalismo che le fornì una visione rivoluzionaria dell’ impegno, ingaggiandosi nella lotta sociale con i suoi concittadini per la promozione della Rivoluzione Bolivariana.

Come nasce il tuo impegno per un giornalismo-sociale responsabile?

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L’ emancipazione della donna creola in Venezuela: il prodotto di alacri lotte e dure battaglie

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di MADDALENA CELANO

Nell’anno 1928, sorge in Venezuela la Società Patriottica delle Donne: la quale offrì appoggio alla gioventù universitaria che protestava ed alzava la voce contro il governo dittatoriale di Juan Vicente Gómez.

Posteriormente, nel 1936, si creò il Raggruppamento Culturale Femminile e, nello stesso anno, si fondò l’Associazione Venezuelana delle Donne: organizzazione che tentò di avanzare con nuove strategie per affrontare l’oppressione militarista e tirannica di quell’epoca. Nel 1937 si acutizzò la persecuzione da parte del regime e, perciò, le donne costituirono la Lega Femminile per la tutela dei detenuti politici. Ugualmente, in quell’anno nacque l’Associazione Cristiana Venezuelana delle Donne Lavoratrici: dimostrando un’altra volta la partecipazione attivista delle donne nei processi di cambiamenti del paese.

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