“Se non sapremo creare un grande movimento planetario in difesa della rivoluzione venezuelana, non ci basteranno i giorni per pentirci”

di Geraldina Colotti per CaracasChiAma

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Gli editoriali di El Pais, in Spagna, definiscono riflessioni da “trogloditi” quelle che richiamano una similitudine tra gli attacchi che hanno portato alla caduta della “primavera allendista”, in Cile, e quelli che vorrebbero stroncare il socialismo in Venezuela.

Certo, lo scenario non è più quello del grande Novecento: da tempo i “Pinochet” hanno indossato il colletto bianco e, nella memoria artefatta dai grandi media, il colpo di stato in Cile dell’11 settembre del 1973 è stato soppiantato dal fragore che ha distrutto le Torri gemelle Usa, l’11 settembre del 2001. Soprattutto, non c’è più un campo socialista da abbattere. E anche il Vaticano sembra aver messo di lato la grande crociata dal papa polacco.

Obama non è Nixon e Kerry non è Kissinger, ma il piano per “far urlare l’economia” venezuelana, fatte le debite proporzioni, richiama fortemente quello orchestrato da Nixon contro il governo di Allende e ordinato allora alla Cia.

Come hanno provato i documenti desecretati a Washington, dai sottopalchi del potere Usa, nel corso del 1972 venne organizzato ogni genere di sabotaggio, economico, ideologico e militare per far cadere Allende, forzando sulle debolezze del suo governo.

Alla morte di Hugo Chavez, i poteri forti hanno pensato che potevano averla vinta con Maduro. Hanno intensificato gli attacchi. Guerra economico-finanziaria, discredito internazionale e sanzioni, tentativi di provocare “rivoluzioni colorate” modello balcanico, grancassa mediatica alimentata dalla retorica sui “diritti umani”, sono gli aggiornamenti di vecchie tattiche per far cadere governi non graditi ad ogni costo.

Obama non è Reagan, ma è comunque ostaggio del complesso militare-industriale, vero padrone degli Usa: a dispetto del Nobel per la pace, di bombe ne ha buttate parecchie. E non si deve dimenticare che, in America Latina, il 28 giugno ricorrono i cinque anni dal colpo di stato contro l’allora presidente Manuel Zelaya: “colpevole” di essersi voluto avvicinare all’Alleanza bolivariana per il popoli della nostra America (Alba), ideata da Cuba e Venezuela.

Benché le sinistre di alternativa siano da allora cresciute in Honduras, la truffa delle ultime elezioni mostra l’intenzione granitica dei poteri diretti da Washington di non farsi sfuggire un altro pezzo della torta centroamericana.

E vale ricordare anche il “golpe istituzionale” contro l’allora presidente del Paraguay Fernando Lugo, il 22 giugno del 2012.

Per via delle vicende mediorientali, gli Usa hanno parzialmente distolto l’attenzione dall’America latina. Ma ora hanno in corso il mega progetto di accordi commerciali e regionali, contemplato all’interno del Ttip con la Ue, e dell’Alleanza del Pacifico (Tpp) con i principali 12 paesi del bacino del Pacifico.

Un piano che mira a comprimere o a neutralizzare la promettente spinta delle nuove alleanze solidali promosse dal Venezuela, paese che custodisce le più grandi riserve petrolifere del mondo.

Al centro dell’Alleanza del Pacifico vi sono Colombia, Messico, Perù e Cile: i primi due sono sotto la presa del neoliberismo al soldo di Washington; il terzo, fallite le speranze riposte in Ollanta Humala, è semi-stordito dalle sirene delle grandi multinazionali e spalancato all’arrivo delle basi Usa; il Cile è impastoiato nelle dinamiche consociative e sta girando le spalle alla vera integrazione latinoamericana.

Che la figlia minore di Allende, Isabel, – eletta presidente del Senato per il partito della presidente Bachelet, Nuova Maggioranza – sia apertamente schierata con i golpisti venezuelani, la dice lunga sul corto circuito alimentato dai partiti di centro-sinistra, in America latina e in Europa.

Felipe Gonzalez, ex presidente del governo spagnolo ed ex presidente del Partito socialista ha mandato gli squadroni della morte (i Gal) contro i militanti baschi. E ora anima il gruppo internazionale “bi-partisan” che promuove le ingerenze in Venezuela.

Dalle Americhe all’Europa, la politica delle “larghe intese” considera il capitalismo un orizzonte insuperabile e ne tutela gli interessi. Diventa allora avversario da abbattere chi – come Cuba prima e il Venezuela ora – sta indicando un percorso alternativo.

In questo momento di rinnovato attacco al socialismo bolivariano, conviene ascoltare il monito del filosofo messicano Fernando Buen Abad :“Se non sapremo creare un grande movimento planetario in difesa della rivoluzione venezuelana, non ci basteranno i giorni per pentirci”.

La solidarietà in Movimento. Il secondo incontro della Rete Caracas ChiAma ospite dei centri sociali napoletani.

di Geraldina Colotti per CaracasChiAma

 

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Qualcosa si sta muovendo anche in Italia. La rivoluzione socialista bolivariana non è più una faccenda da addetti ai lavori, magari da guardare di sbieco. Qualcosa si sta muovendo: almeno in certe aree dei movimenti e della sinistra di alternativa, che iniziano a cogliere il vento nuovo proveniente dall’America latina. Certo, il disastro prodotto dalla fine del grande Novecento è di proporzioni immani. L’assenza di un pensiero forte in grado di guidare la ripresa del conflitto in una prospettiva di trasformazione radicale è pesante. La presenza di vecchi e nuovi pompieri, pronti a soffocare qualche promettente fiammella, resta ingombrante. L’incapacità di unificare strati sociali e soggetti frammentati è palese. Altrettanto evidente è l’incapacità di contrastare l’egemonia dei vincitori attingendo alla fucina del socialismo e ai suoi strumenti. Dall’Europa non c’è da aspettarsi una sponda forte in tempi brevi: non nel senso di un progetto antagonista al capitalismo come quello che ha sparigliato le carte del sistema negli anni ’70. Quel mondo non c’è più. Oltre a pompieri, poliziotti, complici o rifarditi, resta solo qualche ex rivoluzionario attempato a predicare al deserto di memoria e di pratiche incisive.

Eppure, qualcosa si sta muovendo.

Vogliamo partire da tre fatti non certo giganteschi, ma significanti.

In primo luogo, il convegno sull’Alba come modello per l’Europa. Un incontro organizzato dal movimento 5 Stelle in collaborazione con alcune realtà della sinistra di alternativa che, a differenza dei 5S, guardano al tema in una prospettiva marxista e lo considerano uno strumento di contrasto alla crisi sistemica del capitalismo. Un convegno che ha lasciato tracce, benché sia stato silenziato dai grandi media e abbia registrato la totale assenza di quelle aree della sinistra moderata che siedono sui banchi del parlamento e che si dicono critiche rispetto al partito di governo (il Partito democratico)

Vorremmo poi segnalare il secondo incontro di Caracas chiAma, la rete di sostegno alla rivoluzione socialista bolivariana, che si è tenuto a Napoli. Tre giorni di dibattito e conferenze, articolati intorno a tavoli tematici sui nodi del conflitto: dal lavoro, alla questione di genere, al potere e alla rappresentanza, a un nuovo internazionalismo. Punti e suggestioni che provengono dal “laboratorio” venezuelano in cui si sperimenta un felice incontro tra “vecchio” e “nuovo” e una dialettica feconda tra i vari filoni di pensiero che hanno attraversato la storia del Novecento. Grande partecipazione e anche la possibilità di constatare che il “modello bolivariano” è fonte di ispirazione fra alcuni sindaci più vicini alla democrazia partecipativa, com’è quello di Napoli, Luigi de Magistris.

L’iniziativa è stata organizzata e promossa da tre centri sociali occupati e autogestiti, che hanno dialogato, a partire da pratiche diverse, proprio raccogliendo lo stimolo proveniente dal Venezuela. All’ex Asilo Filangieri hanno parlato soprattutto le rappresentanze diplomatiche e istituzionali, spiegando il lungo cammino percorso dal Venezuela chavista. Alla Mensa occupata si sono articolati i tavoli tematici, introdotti da un’efficace relazione dell’ambasciatore. All’ex Opg occupato – un antico manicomio criminale poi chiuso e dismesso – si è svolta la giornata conclusiva. Non venivano forse considerati pazzi Bolivar e poi Chavez? Non sono forse considerati pazzi tutti i precursori, i rivoluzionari, che sfidano le armi del sistema e le sue convenzioni?napo1

La terza iniziativa è stata ralizzata domenica 19, giornata mondiale della solidarietà al Venezuela. In tanti si sono dati appuntamento a Montesacro, davanti al monumento di Bolivar, dov’è avvenuto lo storico giuramento del Libertador. Nel 2005, venendo in visita in Italia, Chavez vi ha tenuto un indimenticabile discorso e ha incontrato le organizzazioni popolari. Domenica, tutti gli interventi hanno evidenziato l’importanza del modello bolivariano per la ripresa del socialismo: un’alternativa all’oppressione e alla barbarie, non solo in America latina, ma in tutti gli angoli del pianeta. Un incontro partecipato e non rituale, anche frutto di una “diplomazia dal basso” poco convenzionale praticata dalle rappresentanze del Venezuela.

Qualcosa si muove anche in Italia, dicevamo. Ma in quale direzione? Cosa ci serve del laboratorio chavista e bolivariano? Il Venezuela è “una minaccia inusuale e straordinaria”, ha detto Obama spiegando il decreto che rende esecutive le sanzioni contro il governo Maduro. Un’affermazione ridicola, certo, come ha sottolineato la presidente argentina Cristina Kirchner durante il VII vertice delle Americhe a Panama. Il discorso della borghesia, però, riflette in modo capovolto la verità del socialismo e le sue ragioni. L’esempio del Venezuela è senz’altro una minaccia per gli interessi del capitalismo. Una minaccia “inusuale”, certo: perché Chavez è andato al potere scompaginando il teatrino asfittico dei giochi istituzionali. Perché quelli che non avevano mai contato niente hanno improvvisamente conquistato il centro della scena. Perché dal socialismo demonizzato è nata una nuova leva di rivoluzionari, meno dogmatici ma più incisivi. Una minaccia straordinaria, ha ragione Obama: perché in soli 15 anni, nel solco di Cuba e dei suoi grandi ideali, ha riconfigurato un continente e ha proiettato la sua aura benefica fino al centro del capitalismo. Una minaccia straordinaria perché, coniugando in modo originale le urne e la piazza, l’autodifesa dei quartieri e l’unione civico-militare ha prodotto una nuova alchimia tra conflitto e consenso che si alimenta della prospettiva rivoluzionaria e la alimenta. La partita che sta giocando il Venezuela è quella di demolire l’impalcatura del vecchio stato borghese, facendogli crescere all’interno un nuovo seme: quello delle comuni, dell’autogestione, di una nuova dialettica tra mutualismo e centralizzazione.

Una dinamica estranea a una sinistra che ha fatto mercato della storia, del conflitto e di quella “anomalia” che ne faceva un unicum potenzialmente gravido di nuove prospettive. Una “sinistra” che vota l’appello contro il Venezuela, promosso dal peggio delle destre latinoamericane, ma considera una minaccia l’esistenza del presidente operaio, Nicolas Maduro.

Eppure, qualcosa si muove. Anche nel cuore decomposto di questa vecchia Europa.

EncuentroCaracasChiama

Dagli USA all’Europa. La guerra sporca contro la speranza.

ebmVenedi Geraldina Colotti per CaracasChiAma

Un tweet da record in solidarietà con il Venezuela di Nicolas Maduro: L’etichetta “Obama, abroga il decreto subito”, nella sua versione originale – “#ObamaDerogaElDecretoYa” – è balzata subito al primo posto nelle tendenze locali, e al secondo negli Stati uniti nella formula inglese (#ObamaRepealTheExecutiveOrder): quasi 2 milioni nelle prime ore del 20 marzo, oltre 6.500 tweet al minuto. Un record nella storia delle reti sociali. Avanza a ritmo serrato anche la campagna di firme (più di cinque milioni negli ultimi giorni di marzo) che si propone lo stesso obbiettivo: dire agli Usa che “il Venezuela non è una minaccia, ma una speranza”. Maduro ha deciso di spiegarlo “al coraggioso popolo degli Stati uniti” anche acquistando una pagina sul New York Times.

Il responsabile della campagna è il sindaco di Caracas, Jorge Rodriguez, dirigente del Partito socialista unito (Psuv): “Il Venezuela è un popolo di pace – ha detto Rodriguez – invece, gli Stati uniti hanno la spesa militare più alta del mondo, si sono arrogati il diritto di invadere 92 paesi e di intervenire militarmente in 14 dei 21 territori situati a sud del Rio Grande. Hanno invaso Panama sei volte, 11 volte il Nicaragua, hanno rubato 2/3 del territorio al Messico, e pilotato le violenze del 2014 in Venezuela. Non è possibile che un paese si creda il gendarme del mondo e pretenda di governare per decreto gli altri stati”.

ebmVene3La campagna si propone di raggiungere 10 milioni di firme, da consegnare al presidente Usa – che il 9 marzo ha definito il Venezuela “una minaccia eccezionale per la sicurezza degli Stati uniti” – in occasione del prossimo vertice dell’Organizzazione degli stati americani (Osa). Il summit si terrà a Panama il 10 e l’11 aprile e per la prima volta vi parteciperà anche Cuba. Il decreto di Obama mette al centro le sanzioni a 7 funzionari del governo Maduro per presunte “violazioni dei diritti umani dell’opposizione”. Al contempo, apre però la porta a un disegno più insidioso che potrebbe portare a una situazione di blocco economico come quella disposta contro Cuba. Molti analisti rilevano una “strategia del caos” e del discredito, portata avanti dai media per saggiare la possibilità di un intervento militare. Una tesi sostenuta dalla ministra degli Esteri venezuelana, Delcy Rodriguez in un’infuocata sessione del Consiglio permanente Osa, che si è svolta a Ginevra. Rodriguez ha denunciato che alcuni conti all’estero delle diplomazie sono già stati bloccati, e che questo costituisce “una violazione al diritto internazionale”. Ha detto che “interessi egemonici pretendono impossessarsi della maggiore riserva di petrolio del mondo” e che le sanzioni di Obama “implicano interventi militari e aggressioni di altro tipo, come il blocco finanziario”. In questo modo – ha aggiunto – “i funzionari che agiscono per difendere la sicurezza dei cittadini in qualunque altra parte del mondo devono temere che un altro paese si attribuisca la facoltà di giudicarli per il compito che svolgono”. L’ambasciatore Usa, Michael J. Fitzpatric, ha ribattuto che il suo paese “non sta preparando un’invasione del Venezuela, né pretende di destabilizzare il governo Maduro”, e ha sostenuto che il governo Obama “vuole solo evitare che una serie di individui che pensiamo abbiamo violato i diritti umani di altri venezuelani possano venire negli Usa o investire nel nostro sistema finanziario”. Il Venezuela ha replicato che tutto il denaro depositato all’estero dai venezuelani senza giustificazione dev’essere rimpatriato: a partire da quello dei banchieri fraudolenti fuggiti a Miami coi soldi dei cittadini.

Il decreto Obama ha comunque avuto l’effetto di ricompattare la solidarietà di tutti gli organismi regionali intorno al Venezuela: dall’Alba alla Unasur, alla Celac (tutti gli stati americani meno Usa e Canada), e al blocco dei Paesi non allineati (120 nazioni), ad alcuni rappresentanti dei Brics, come Brasile, Russia e Cina, che hanno appoggiato Maduro. Con l’elezione dell’uruguayano Luis Almagro (del Frente Amplio) alla direzione dell’Osa, la musica può cambiare anche all’interno dell’organismo, sempre subalterno agli Stati uniti.

Certo, l’ex presidente uruguayano Pepe Mujica ha dovuto rettificare le dichiarazioni dell’attuale vicepresidente Raul Sendic (“non ci sono prove di un’ingerenza degli Sati uniti in Venezuela”). Le parole di Sendic (figlio dello storico dirigente fondatore dei Tupamaros) hanno fatto spostare a Quito la prevista riunione di Unasur dopo la reazione offesa di Caracas. L’elezione del ben più moderato Tabaré Vazquez alla guida dell’Uruguay sposterà nuovamente lo sguardo di Montevideo più verso Washington che verso Caracas? Per ora, la sinistra uruguayana ha deciso di far sentire un’altra musica organizzando una partecipata manifestazione in solidarietà col Venezuela bolivariano. A guidarla, l’ex presidente Pepe Mujica, accompagnato proprio dall’attuale vice Raul Sendic.

Anche il colombiano Ernesto Samper, attualmente alla segreteria di Unasur, ha dovuto seguire l’indirizzo finora assunto dal blocco regionale: “Se gli Stati uniti vogliono stabilire una nuova relazione, a partire dal rientro di Cuba nella famiglia interamericana, dovranno considerare che l’unica strada possibile è quella del multilateralismo”, ha detto Samper. Le sue dichiarazioni arrivano dopo la richiesta del governo Usa di aumentare le spese di bilancio per il Latinoamerica di circa il 35% nel 2016. Si arriverebbe così intorno ai 2 milioni di dollari, prevalentemente destinati a foraggiare la cosiddetta “libertà di stampa”, i cosiddetti “diritti umani” (dei ricchi) e la cosiddetta “democrazia” (borghese): principalmente a Cuba, in Venezuela, in Nicaragua e in Ecuador. Unasur porterà perciò a Panama una proposta forte: via tutte le basi militari Usa dal territorio latinoamericano. Il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño, che rappresenta la parte più a sinistra del governo Correa, guida invece il gruppo di “facilitatori” nominato dall’Alba per mediare tra Stati uniti e Venezuela.

Il decreto di Obama si riverbera anche nelle dinamiche politiche interne al Venezuela, di fatto già in campagna elettorale per le decisive elezioni parlamentari previste entro l’anno. E c’è chi cerca di trarne vantaggio anche nel campo dell’opposizione e di usare a proprio profitto la bandiera del nazionalismo: per captare i voti degli indecisi (il 40%, secondo le inchieste di opposizione) e immaginare una “terza via” tra chavismo e Mesa de la Unidad Democratica (Mud). L’idea è venuta al deputato di opposizione Ricardo Sanchez, che si è distinto per aver votato in Parlamento la “legge abilitante antimperialista” che concede a Maduro di promulgare decreti per nove mesi. Attorniato dai giornalisti, Sanchez è andato in piazza a firmare contro il decreto Obama, ed è stato definito dai chavisti “un eroe” del suo campo, capace di esprimersi fuori dal coro.

Ma intanto, a Miami, l’opposizione più fanatica raccoglie firme per chiedere un intervento Usa, sostenuta dai suoi potenti padrini, in Nordamerica e in Europa. Diverse centinaia di parlamentari, spagnoli e latinoamericani (della destra o del centro-sinistra moderato) stanno preparando una denuncia alla Corte penale europea contro il governo Maduro per “violazione ai diritti umani”. Uno strappo in più per isolare il governo Maduro nel panorama internazionale.

E intanto, le grandi istituzioni finanziarie accelerano le cause pendenti sul Venezuela e gonfiano la richiesta di indennizzo per le nazionalizzazioni decise da Chavez: tutto serve a dare l’idea di un paese in bancarotta e di un governo incapace di tenere il timone.

L’attacco al Venezuela socialista, alle sue risorse petrolifere e al suo indirizzo anticapitalista, evidenzia così il senso e la portata di una battaglia che va ben oltre i confini del paese bolivariano. Evidenzia, anche, il ritorno indietro e la debolezza di chi, in Europa, dovrebbe ricostruire il campo dell’alternativa. “Il proletariato non ha nazione, internazionalismo, rivoluzione”, gridavano le piazze italiane negli anni ’70. Oggi, dopo la sconfitta di quel grande ciclo di lotta, i vincitori hanno riscritto la storia: capovolgendo il senso di quella battaglia campale, occultano la natura della disuguaglianza e delle asimmetrie. Seminano la “metafisica della rassegnazione” o la politica del “male minore”. Per le classi dominanti e per i pompieri del conflitto sociale, il socialismo bolivariano è il nuovo “fantasma che si aggira per l’Europa”. Una bandiera e una speranza per chi vuole liberarsi dalle loro catene.

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Non lasciamo sola la speranza venezuelana.

di Geraldina Colotti per CaracasChiAma

107156-mdGli Stati uniti hanno minacciato sanzioni alla Germania. Per gli oltre 350 fermi dei manifestanti che hanno protestato contro la Bce nei giorni scorsi? Non scherziamo: secondo quanto ha dichiarato il vice-cancelliere tedesco, le sanzioni Usa al potente alleato europeo sarebbero arrivate in caso il governo tedesco avesse dato asilo all’ex consulente Cia Edward Snowden, che ha divulgato il grosso scandalo del Datagate, e che poi ha trovato rifugio in Russia. Com’è noto, Snowden ha fatto conoscere l’estensione planetaria dello spionaggio Usa, il cui intreccio economico-politico va ben oltre la sempiterna retorica sulla “lotta al terrorismo” che giustifica le aggressioni neocoloniali. Tanto che la minaccia è stata quella di interrompere le relazioni tra servizi segreti proprio sul tema della sicurezza: per ritorsione, gli Stati uniti non avrebbero più avvertito la Germania di eventuali attentati in arrivo nel loro paese… Una bella lezione di moralità da parte di un governo che impone sanzioni al Venezuela bolivariano in nome della “difesa dei diritti umani”.

In America Latina – ha rivelato Snowden -, gli Usa hanno molti punti di intercettazione clandestina e basi militari sotto copertura, pronti a tessere le proprie trame nei punti considerati a rischio per i propri interessi. In barba alla tanto sbandierata difesa della privacy. Le parole dell’ambasciatore statunitense all’Osa, secondo il quale il suo paese non complotta contro il governo bolivariano, lasciano quindi il tempo che trovano. E ha ragione il governo Maduro a moltiplicare gli appelli alla solidarietà internazionale per far capire al Nordamerica che “non può passare”.

Lo scandalo del Datagate ha mostrato che le agenzie per la sicurezza Usa hanno spiato la presidente brasiliana Dilma Rousseff, e anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, tanto per non farci dimenticare che, se si tratta del portafoglio, gli amici non contano. Soprattutto, gli spioni nordamericani hanno messo il naso (e le zampe) negli interessi petroliferi brasiliani e osservato da vicino quelli del Venezuela bolivariano. Con quel livello di pervasività e di controllo delle informazioni, difficile escludere la messa a segno di colpi bassi nel mercato finanziario e nei corsi del petrolio, attualmente in forte calo. Una situazione che ha penalizzato un paese ancora troppo dipendente dai proventi del petrolio, come il Venezuela e che si trova al centro di una rete di erogazione solidale ai paesi dell’America latina e dei Caraibi. Difficile dar torto ai presidenti progressisti dell’America latina che, dal Brasile all’Argentina, al Venezuela, dal Nicaragua, alla Bolivia, all’Ecuador, denunciano un attacco concentrico dei poteri forti.

Lo schema utilizzato è sempre lo stesso: quello di innestare le cosiddette “rivoluzioni colorate” contro i governi antipatici aguarimberos_con_traje_de_bano Washington, modulate a seconda della storia e dei problemi esistenti nello scacchiere mondiale e nei diversi paesi. Il tono d’avvio, è sempre dato da qualche gruppo di “pacifici studenti” modello Otpor nella ex Jugoslavia, ben finanziato e ben amplificato dalla propaganda internazionale attraverso le reti sociali. Anche la genericità dei temi è un modulo ricorrente: si protesta contro “la corruzione, il regime, per la libertà di stampa, la liberazione dei prigioni politici, e via discorrendo”.

E così, in Venezuela, i golpisti diventano improvvisamente campioni di democrazia, mentre in Messico, o in Spagna o in Germania, chi protesta per chiedere “pane, lavoro, un tetto e dignità” può essere manganellato e imprigionato in nome di quella stessa democrazia (borghese).

E così, anche in Brasile, sarebbero stati due sconosciuti “gruppi di studenti di classe media” a lanciare in internet la poderosa manifestazione contro il governo Rousseff che si è vista di recente, e che ha costituito una vera e propria prova di forza delle destre brasiliane.

Un ricatto incombente soprattutto sulle forze dell’alternativa, obbligate nei momenti di emergenza a silenziare la critica al moderatismo e agli errori di chi li governa per evitare un “rimedio” ben peggiore del male. E parliamo principalmente dell’involuzione e delle pecche del PT in Brasile, che già hanno vita lunga. Non a caso, movimenti e sinistra hanno dato a Rousseff un voto sotto condizione, aspettandosi passi avanti significativi.

Ma anche le destre e i loro padrini a Washington intendono condizionare con ben altri sistemi le politiche della nuova America latina: per accerchiare o depotenziare quei paesi, come il Venezuela, che più hanno rimesso in questione i rapporti di proprietà capitalistici.

Le prese di posizione del vicepresidente uruguayano Raul Sendic, molto morbide nei confronti di Washington nel giudicare l’attacco al Venezuela, non lasciano ben sperare sul governo di Tabaré Vazquez, succeduto a Mujica. E se nella Unasur non ci fossero Ecuador e Bolivia a controllare la solidarietà col Venezuela, il controllo passerebbe all’indirizzo prevalente di Vazquez (presidente pro-tempore) e a quello del segretario generale, il colombiano Ernesto Samper, il cui paese – insieme al Perù e al Cile – appartiene all’asse portante della neoliberista Alleanza del Pacifico a guida Usa (altro caposaldo, il Messico).

La partita che si gioca in Venezuela è determinante, sia sul piano concreto che su quello simbolico e sul piano dei rapporti continentali. Così com’è determinante la tenuta di Cuba e la sua ferma intenzione di non cedere ai ricatti del “disgelo” con gli Usa, consegnando “la testa” del Venezuela.

L’imperialismo ce la sta mettendo tutta per volgere a suo vantaggio la situazione in tutti e tre i piani: sul piano economico, sul piano simbolico e su quello delle relazioni internazionali. Quella che si è vista l’anno scorso, è stata la rivolta dei ricchi, non di chi protesta per chiedere “pane, lavoro, un tetto e dignità”. Le code che si vedono a Caracas non sono quelle dei poveri alla Caritas in Italia, in Spagna, in Grecia, che fanno fatica a sopravvivere. Nonostante la guerra economica contro il governo Maduro, la gente in coda ha di che comprare le merci che arrivano, e anche in modo compulsivo. Nonostante la crescita dell’inflazione, i salari e le pensioni, in Venezuela, sono aumentati, e la povertà estrema è diminuita: segno che il governo non ha messo al centro gli interessi del “mercato”, ma quello dei meno favoriti. Eppure la propaganda mediatica presenta le cose esattamente al contrario.

“Siamo una speranza, siamo il governo della strada, l’America latina del XXI secolo sarà lo scenario di grandi trasformazioni”, ha detto Nicolas Maduro. E tuttavia, a fronte di una congiuntura economica poco favorevole, la pressione sul Venezuela bolivariano sarà tanto più pesante quanto più prevarrà un indirizzo moderato nelle alleanze regionali dell’America latina. Il discorso vale anche per la politica interna del Venezuela. Le destre dicono che l’attacco di Obama fa il gioco del chavismo, perché ricompatta l’unità interna. Ma è davvero così? Il richiamo al nazionalismo e alla difesa della patria, amplificati dopo le ritorsioni Usa e il pericolo di un’aggressione militare, comportano anche dei rischi: essere solo “patrioti” e non socialisti a 16 anni dall’inizio del “proceso”, non è un ritorno indietro? Quanti opportunisti possono saltare sul carro per poi debilitare la rivoluzione dall’interno? E che dire di quei funzionari che hanno portato all’estero finanze sottratte al bene pubblico? Fuori e dentro il Psuv – che per fortuna sta mostrando grandi segni di rinnovamento – le denunce di carenze e inadempienze che provengono dalla parte più cosciente del socialismo bolivariano devono trovare una sponda e senza prestare il fianco alla destra. Altrimenti, si fa il gioco di quelli che vorrebbero proporre la cosiddetta “terza via” (moderata) per raccogliere i voti dei delusi o degli indecisi. Il socialismo non ha come obiettivo quello di rimpinguare le tasche dei nuovi ricchi.
Anche se indossano una camicia rossa.

 

L’imperialismo oggi. “Diritti umani o interessi di classe?”

clip_image052di Geraldina Colotti per CaracasChiAma

La bandiera dei diritti umani, si sa, può essere tirata da tutti i venti e non è detto che il vento più forte ne scopra il lato veritiero. E così, il presidente di uno stato che si considera il gendarme del mondo dichiara, senza paura del ridicolo, che il Venezuela è “una minaccia straordinaria” per la propria sicurezza nazionale, e decide di emettere sanzioni contro il governo di Nicolas Maduro per presunte violazioni ai diritti umani. Come può un paese piccolo il cui esercito non ha mai aggredito nessuno minacciare gli Stati uniti? Qualunque essere senziente dovrebbe porsi la domanda, e poi chiedersi ancora: con quale credibilità può ergersi a paladino dei diritti umani un governo come quello Usa, promotore di guerre e barbarie, alleato e complice dei governi più liberticidi? L’ipocrisia risulta più evidente osservando il disinteresse per i dati provenienti dal Messico, un paese in cui scompare una persona ogni 90 minuti. Ecco quanto ha appurato Juan Mendez, relatore speciale delle Nazioni unite sulla tortura e altri tratti o pene crudeli, inumane e degradanti: in Messico, la tortura è generalizzata e viene applicata in un contesto di totale impunità. Recita il rapportoprotesta-despaarecidos-turq_0_0_628_524_94_0_765_560 Onu: “La tortura e i maltrattamenti durante i momenti che seguono alla detenzione e prima del deferimento al giudice, in Messico sono generalizzati e avvengono in un contesto di impunità”. Il relatore ha visitato il paese tra il 21 aprile e il 2 maggio del 2014, dunque prima della scomparsa dei 43 studenti “normalistas”, attaccati dalla repressione congiunta di polizia e narcotrafficanti il 26 settembre del 2014. Un caso che ha commosso il mondo e che ha portato sotto i riflettori la terribile realtà delle scomparse in Messico e l’eliminazione degli oppositori politici. La relazione di Mendez dice che, nella pratica corrente della tortura “ è evidente la partecipazione attiva delle forze di polizia e di quelle ministeriali di quasi tutte le giurisdizioni, e anche quella delle Forze armate”, e che risulta anche “la tolleranza, indifferenza e complicità da parte di alcuni medici, difensori pubblici, giudici e procuratori”. Il relatore denuncia altresì che, soprattutto nelle prime fasi dell’arresto, le possibilità di preservarsi dalla tortura e dagli abusi e di chiedere “un’inchiesta rapida, imparziale, indipendente ed esaustiva sono minime”.

Non ce ne sarebbe a sufficienza per sanzionare il governo neo-liberista di Enrique Pena Nieto, grande amico degli Usa?

E che dire dell’Honduras, paese in cui dopo il golpe del 2009 contro il presidente Manuel Zelaya gli assassinii di oppositori politici e di giornalisti sono moneta corrente al pari del Guatemala dell’ex generale Otto Pérez Molina?

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In tutta evidenza, quelli che gli Usa difendono, non sono “diritti”, ma interessi: interessi di classe, di rapina e di mercato, imposti con le guerre imperialiste che li alimentano. “La vera minaccia per il popolo degli Stati uniti è il suo governo”, ha detto Nicolas Maduro. Come dargli torto?

Washington difende gli interessi dei golpisti venezuelani, messi in carcere non per le loro idee, ma per atti concreti, per dei reati che, negli Usa e in Europa, sarebbero costati ergastoli o poco di meno. In Italia, in Spagna, in Germania, ne sanno qualcosa i movimenti rivoluzionari di ieri e di oggi. E gli Usa, non hanno forse tenuto in carcere per 16 anni i cinque eroi cubani e lasciato liberi gli eversori di Miami? E non rimane da oltre trent’anni nelle carceri Usa l’indipendentista portoricano Oscar Lopez Rivera? E l’Italia non ha forse messo in galera quasi 6.000 militanti della lotta armata di sinistra degli anni ’70-80? Non hanno forse torturato le democrazie italiana e spagnola e condannato a centinaia di ergastoli i militanti brigatisti e quelli baschi?

In Venezuela, il 27 febbraio del 1989, durante la rivolta popolare denominata il Caracazo sono state uccise e fatte scomparire circa 3.000 persone: ma non c’è stata condanna per l’allora governo Pérez che ha dato ordine di sparare sulla folla inferocita dalla fame e dall’esclusione sociale. “Mano dura contro gli incappucciati”, proclamava l’allora governatore di Caracas Antonio Ledezma… E nessuna condanna è stata emessa dagli organismi internazionali dopo il colpo di stato contro il legittimo governo di Hugo Chavez, nel 2002. Anche allora, Ledezma era della partita, insieme alla pasdaran degli Usa, Maria Corina Machado e all’altro golpista Leopoldo Lopez. Quest’ultimo, come hanno mostrato i documenti pubblicati da Wikileaks – il sito che ha reso noto il Cablogate -, è al soldo di Washington da vent’anni. Tuttavia, mentre lui ha potuto liberamente complottare in Venezuela, fino alle violenze dell’anno scorso, il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, ha dovuto rifugiarsi nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra per sfuggire all’ira di Washington. Quanto a Henrique Capriles, altro ex golpista, sobillatore delle violenze post elettorali dell’aprile 2013, oggi è più defilato, ma il programma che propone il suo campo non è meno insidioso.

E’ dunque il “diritto al golpismo” quello che gli Usa difendono, il diritto a sovvertire i governi non subalterni, il diritto a cancellare il cambiamento più profondo che abbia mai interessato il Venezuela: una rivoluzione per le classi popolari in un paese che custodisce le più importanti riserve certificate di petrolio al mondo.

Eppure, anche alcuni dirigenti della sinistra, in Europa e nell’America latina, hanno agitato la bandiera dei “diritti umani” come un’arma contro il Venezuela: in Spagna, Pablo Iglesias ha dichiarato di essere contrario alla detenzione di Ledezma; in Uruguay, il vicepresidente Raul Sendic (subito corretto dalle dichiarazioni dell’ex presidente Pepe Mujica) ha affermato che “non ci sono prove” delle ingerenze Usa in Venezuela; in Argentina, un candidato di sinistra alla presidenza, Jorge Altamira, ha difeso la ex deputata Machado e ha accusato di golpismo il governo bolivariano. Di tutt’altro tenore, invece, le dichiarazioni della presidenta argentina Cristina Kirchner, che ha ben chiara a portata del progetto reazionario perseguito dai poteri forti contro l’America latina progressista, dal Venezuela, all’Argentina, al Brasile. E tuttavia, in Europa e in Italia in particolare, si continua a parlare dell’esistenza di “due sinistre” latinoamericane: una, bollata come “caudillista” a cui, nell’eredità di Cuba, appartengono il Venezuela e i paesi dell’Alba. Un progetto da sanzionare e contrastare. Un’altra, più soft e accettabile, più simile alle tanto decantate democrazie europee, a cui apparterrebbero paesi come Uruguay e Brasile. Una sinistra da giocare in chiave antisocialista, anche se – all’atto pratico – risulta appartenere al campo delle relazioni solidali sud-sud. Ma, intanto, su questa scia e nel solco di Washington, il Parlamento europeo ha condannato il governo Maduro per le presunte “violazioni dei diritti umani” dell’opposizione.

Nicaragua_Libre_Ninha_Grafiti_450RDavvero la bandiera dei diritti umani non basta (e a volte non serve) per indicare un giudizio se non a patto di assumersi fino in fondo la propria scelta di campo. Il campo della borghesia è quello che, con un discorso analogo a quello pronunciato da Obama contro il Venezuela, nel 1980 ha condannato il Nicaragua sandinista alla barbarie dei Contras per bocca di Ronald Reagan. Il campo della borghesia ha dalla sua i grandi media e la loro lingua biforcuta, che capovolge i dati e il senso delle cose. E così, la Dea (l’antidroga Usa), con una mano favorisce il narcotraffico per pagare l’eversione contro il socialismo, con l’altra definisce narcotrafficanti gli stati come la Bolivia che rifiutano la sua tutela, o persegue con la stessa accusa le organizzazioni armate, come le Farc in Colombia, che lottano a fianco dei contadini e dei diseredati. E ora rivolge la medesima arma contro il Venezuela, benché abbia facilitato il processo di pace tra Farc e governo Santos fin dal principio. O appunto per questo.

L’altro campo, è quello di chi ha a cuore la libertà e la giustizia sociale, un binomio inseparabile e un termometro di civiltà. Il campo di chi riconosce il diritto inalienabile di un popolo a scegliere, in modo trasparente e consapevole, il cammino per realizzarle. Il campo di chi difende il diritto degli oppressi al proprio riscatto e non ha paura di farsene contagiare.

Napoli, vento nuovo nel PSUV, e il futuro della Rivoluzione in Venezuela. G. Colotti per Caracas ChiAma

di Geraldina Colotti per CaracasChiama

In questo nuovo editoriale per Caracas ChiAma (che arriva eccezionalmente il martedì) Geraldina Colotti disegna una mappa immaginaria, che va da un sacchetto di farina in vendita a Napoli alle manifestazioni delle donne in Venezuela

 

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Iniziamo raccontando due episodi, accaduti in Italia, che rispecchiano la realtà del Venezuela: la realtà del sabotaggio, dei complotti e di quella che il governo chiama, aragion veduta, la “guerra economica”, scatenata contro il socialismo dall’impresa privata e dal grande capitale internazionale. A Napoli, in qualche negozio capita di poter comprare la “Harina Pan”. Si tratta di un tipo di farina di mais precotto ove Pan sta per “Producto Alimenticio Nacional”, prodotto alimentare nazionale. Un alimento che piace molto ai venezuelani e che viene prodotto dalla grande impresa privata Polar. La Harina Pan non basta mai a coprire la richiesta e, nei discorsi dell’opposizione, diventa il simbolo della presunta penuria di alimenti. Ora, il dato singolare è che la farina risulta essere stata importata in Italia dalla… Colombia. E come mai, se non ce n’è abbastanza per il consumo del paese, se – come hanno strillato i vertici di Polar – produrla costa troppo, ce n’è così tanta da “esportarla” in Colombia e da lì in Europa? E tornano in mente quelle immagini scattate negli empori di Cucuta, in Colombia, ben forniti di ogni merce che scarseggia invece inVenezuela. Cucuta è una città di frontiera, ed è una delle mete principali del contrabbando di alimenti: si fa incetta di beni di consumo venduti a prezzo calmierato in Venezuela e li si rivende oltreconfine. Un business più lucroso del narcotraffico.  Per la cronaca, come ha scritto la rivista Forbes che classifica i super milionari, tra questi risultano ben tre grandi imprenditori venezuelani: ma non erano stati debilitati dal socialismo? E invece risulta che hanno accresciuto i propri profitti, pur avendo dovuto sottostare alle leggi che garantiscono la tutela del lavoro e quindi rinunciare a qualche boccone della torta. I super ricchi appartentono al gruppo Cisneros – attivo nel campo della comunicazione, delle tecnologie, oltreché in quello dei beni e dei servizi -; al gruppo finanziario internazionale Banesco; e appunto alla Polar, principale produttore di bibite ealimenti, diretto da Lorenzo Mendoza.

Per ridurre il fenomeno dell’accaparramento truffaldino e la compulsione all’acquisto dettata dalla propaganda mediatica, il governo Maduro ha cominciato a installare in tutti i supermercati circa 20.000 scanner per il controllo delle impronte, ed evitare così che le persone tornino più volte a comprare. Intanto, quando i militanti segnalano episodi di sabotaggio, il governo occupa i grandi supermercati insieme alla popolazione e cerca di raddrizzare le storture. Una fatica di sisifo. Il progetto dichiarato dell’opposizione è quello di minare la fiducia della popolazione nel progetto bolivariano, mostrandosi più adatti a governare. Dove non riesce con i colpi bassi, cerca di arrivare con il sabotaggio economico e la guerra psicologica. Intanto, si attende che il Cne fissi la data delle elezioni: secondo Unasur potrebbero tenersi a settembre. Finora, però, l’unica cosa certa è la data delle primarie (3 maggio l’opposizione, 28 giugno il chavismo). Importanti novità caratterizzano il percorso di approfondimento che sta portando avanti il Psuv, che dovrà presentare il 50% di donne e farspazio ai giovani con identico spirito innovativo. Una spinta al futuroevidenziata dalla grande vitalità dell’8 marzo, che ha mostrato il camminopercorso dalla libertà delle donne e il loro potere di rappresentanza. Per giustificare che le sue primarie non si svolgeranno su tutto il territorio nazionale, e avallare gli inciuci interni, la coalizione opposta – la Mud – ha detto che risultano troppo costose (1,7 milioni di dollari) e che non se lo può permettere. Nonostante i fiumi di denaro che arrivano dagli Usa? Nonostante la ricchezza che possiedono i sempiterni candidati? E vale ricordare i documenti del sito Wikileaks sulle relazioni speciali della Cia intrattenute con Leopoldo Lopez, attualmente in carcere e sotto processo. E così, i militanti di base gridano alla truffa. E il Psuv rincara: “Stanno facendo il giro degli imprenditori per vendere a caro prezzo le poltrone”.

Che il piano per sovvertire l’ordine costituito sia da tempo in gestazione, è deducibile anche da un altro episodio, capitato a chi scrive qualche mese prima che scoppiassero le guarimbas. Camminando per le strade della capitale succede di parlare con la proprietaria di un negozio, che dice di avere amici in Venezuela: amici benestanti, precisa, dai quali gradirebbe farsi ospitare come ha già fatto in precedenza. “Però mi hanno detto di aspettare, che tra qualche mese silibereranno di Maburro”. Il nome del presidente Maduro viene storpiato così perché burro significa asino, ma la commerciante non lo sa e crede sia il suonome vero.

Niente di nuovo, si dirà, la borghesia difende sempre i propri privilegi con ogni mezzo. Lo si è visto nel Cile di Allende e poi nel Nicaragua minato dai Contras. Lo si è visto nei golpe “istituzionali” compiuti contro l’allora presidente dell’Honduras Manuel Zelaya e contro Fernando Lugo in Paraguay. Lo si è visto contro Chavez e ora contro Maduro. Com’è accaduto durante gli attacchi a Cuba, colpisce la sproporzione di mezzi impiegati contro un piccolo (ma petrolifero) paese. Colpisce la sfacciataggine con cui un Vargas Llosa mente sapendo di mentire, a dispetto di fatti e di evidenze. La borghesia si toglie i guanti bianchi e si schiera. Contro il “cattivo” esempio che viene dal socialismo bolivariano. Contro la Grande Paura.

Al campo che la contrasta, il compito di non farsi rubare il futuro.

I movimenti contro il latifondo mediatico

Geraldina Colotti il manifesto 06.03.2015

Venezuela. Intervista all’analista belga Thierry Deronne, direttore della Scuola di cinema popolare.

 

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Venezuela, il documentarista belga Thierry Deronne

 

 

“Un gior­na­li­sta di sini­stra, in occi­dente, quando descrive le cose buone della rivo­lu­zione boli­va­riana si sente sem­pre in dovere di pre­met­tere che lui però non è dog­ma­tico, che fa anche delle cri­ti­che, e magari con­fonde la libertà di impresa con la libertà di stampa”. Così dice al mani­fe­sto Thierry Deronne. Atti­vi­sta liber­ta­rio e ana­li­sta dei media di ori­gine belga, Deronne ha una lunga espe­rienza nel set­tore dell’audiovisivo. Dopo una per­ma­nenza in Nica­ra­gua, tra il 1986 e l’88, si è tra­sfe­rito in Vene­zuela, dove ha rea­liz­zato diversi docu­men­tari e, nel ’95, ha fon­dato la Scuola di cinema popo­lare. Durante il governo Cha­vez ha ideato varie tele­vi­sioni comu­ni­ta­rie ed è stato vice­di­ret­tore della tele­vi­sione pub­blica Vive Tv. Attual­mente, è diret­tore del Cen­tro de For­ma­cion en Tele­vi­sion Comu­nal alla Fun­da­cion Escuela Popu­lar de Cine, Tele­vi­sion y Tea­tro (Eplacite).

Qual è lo spi­rito e il pro­getto del Cen­tro che dirige?
Il nostro lavoro è quello di for­mare col­let­tivi, movi­menti sociali e abi­tanti delle comuni alla scrit­tura e alla nar­ra­zione deco­lo­niz­zata dalla tv com­mer­ciale per farne dei mol­ti­pli­ca­tori, nel paese e in tutto il con­ti­nente. L’obiettivo è anche quello di con­tri­buire al dibat­tito pub­blico sulla demo­cra­tiz­za­zione nel con­trollo delle fre­quenze radio­te­le­vi­sive e allo svi­luppo di nuovi para­digmi della comu­ni­ca­zione che raf­for­zino il potere popo­lare. Stiamo ripen­sando la tele­vi­sione comu­ni­ta­ria per come l’avevamo intesa nel 2000: nella pro­spet­tiva di una nuova tappa dello svi­luppo economico-produttivo in Vene­zuela, quello dello stato comu­nale, del mutua­li­smo e delle comuni auto­ge­stite. La ricerca di nuovi modi di pro­durre infor­ma­zione accom­pa­gna la ten­sione verso un nuovo modo di pro­durre e il sor­gere di nuove rela­zioni sociali.

Qual è la situa­zione dei media, com’è rego­lata l’informazione?
Dalla fine degli anni ’90, con l’arrivo di Hugo Cha­vez al potere, vi sono stati alcuni impor­tanti cam­bia­menti. Tra il 2000 e il 2010 sono state appro­vate la Ley orga­nica de Tele­co­mu­ni­ca­cio­nes (2000), la Ley de Respon­sa­bi­li­dad Social de Radio y Tele­vi­sion (2004) e la Ley de Respon­sa­bi­li­dad Social de Radio, Tele­vi­sion y Medios Elec­tro­ni­cos, che amplia la legge del 2004, appro­vata nel 2010. La costi­tu­zione boli­via­riana del 1999 ha aperto il cam­mino al plu­ra­li­smo dell’informazione garan­tito dallo stato. Un per­corso che, sul piano legi­sla­tivo, si è messo in mar­cia anche in altri paesi dell’America latina, in maniera diret­ta­mente pro­por­zio­nale alla demo­cra­tiz­za­zione del rap­porto tra stato e società. Penso all’Argentina, all’Ecuador, anche all’Uruguay e ora alle pos­si­bi­lità aperte con il secondo man­dato Rous­seff in Bra­sile, dove la situa­zione è ancora simile a quella del Vene­zuela pre-Chavez. Da noi, in que­sti anni, tutti i mezzi di infor­ma­zione sono aumen­tati, sia quelli pri­vati che pub­blici, che comu­ni­tari. Sia per quan­tità che per audience, i media con­ti­nuano a essere in mag­gio­ranza sotto il con­trollo del set­tore pri­vato, ma almeno il tele­spet­ta­tore ha un’offerta diver­si­fi­cata che non trova nei canali com­mer­ciali. Inol­tre, gra­zie al Fondo di respon­sa­bi­lità sociale, creato per finan­ziare i pro­getti degli arti­sti, que­sti non sono obbli­gati a ven­dere i loro talenti all’industria delle tele­no­ve­las come avviene in Brasile.

Negli anni in cui lei è stato vice­di­ret­tore, la Tv di stato fun­zio­nava in base all’orizzontalità, alla par­te­ci­pa­zione diretta e alla parità di sti­pen­dio per tec­nici e gior­na­li­sti. Com’è la situa­zione ora?
Dal mio punto di vista, si è perso molto di quel pro­getto ori­gi­nale, prin­ci­pal­mente a causa della guerra media­tica che ci impone una for­ma­zione acca­de­mica tra­di­zio­nale che adesso impera anche nei media comu­ni­tari. La spinta per ren­dere più plu­rale l’informazione è meno forte. Per esem­pio, non si parla più di sud­di­vi­dere in tre terzi il con­trollo dell’etere – pub­blico, pri­vato e comu­ni­ta­rio – come hanno fatto in Argen­tina e in Ecua­dor. Que­sto man­tiene in con­di­zione di infe­rio­rità i due ultimi set­tori, che invece sono quelli fon­da­men­tali alla garan­zia di un vero tes­suto demo­cra­tico e al suo equi­li­brio. Un’altra carenza è la man­cata appli­ca­zione delle leggi. E così, i media pri­vati hanno orga­niz­zato una gigan­te­sca cam­pa­gna di falsi allarmi che, all’inizio di gen­naio, ha indotto i cit­ta­dini a com­prare l’equivalente di tre mesi di con­sumo. Un con­te­sto di desta­bi­liz­za­zione che in parte ricorda il clima che, nel 1973, ha por­tato al colpo di stato con­tro Allende in Cile. Inol­tre, Cona­tel, l’autorità pre­po­sta al con­trollo delle fre­quenze, non fa rispet­tare abba­stanza la regola che impone ai media alter­na­tivi di tra­smet­tere il 70% di pro­du­zione comu­ni­ta­ria di con­te­nuti e di orga­niz­zare corsi di for­ma­zione per gli abi­tanti del ter­ri­to­rio. Molti spazi hanno perso il loro poten­ziale alter­na­tivo e rischiano di tra­sfor­marsi nella copia in sedi­ce­simo dei media com­mer­ciali. Come ha detto Igna­cio Ramo­net, l’egemonia dell’informazione com­mer­ciale con­ti­nua a inqui­nare l’ecologia della comu­ni­ca­zione e a con­di­zio­nare l’elettorato. Così vi sono stati passi indie­tro nei con­te­nuti di genere e le fem­mi­ni­ste si sono fatte sen­tire. Non può esserci vera demo­cra­zia senza demo­cra­zia dei media. Nel socia­li­smo boli­va­riano, si dovrebbe arri­vare al 60% di fre­quenze attri­buite ai media comu­ni­tari, un 29% a quelli pub­blici e l’1% a quelli commerciali.

Secondo l’opposizione c’è invece una deriva auto­ri­ta­ria in cui lo stato com­pra i media pri­vati per con­trol­larli e silen­ziare il dis­senso. La ten­denza sarebbe in corso anche in altri paesi come l’Ecuador, che si richia­mano al Socia­li­smo del XXI secolo. E’ così?
In Vene­zuela, sui gior­nali, in tv o per strada si sen­tono costan­te­mente le cri­ti­che più accese al governo, e nes­suno va in galera o perde il posto di lavoro. Anzi, come ha detto il cinea­sta Oli­ver Stone, in Vene­zuela i media pri­vati si pos­sono per­met­tere cose che mai potreb­bero fare negli Stati uniti, com­presi gli appelli alla vio­lenza e gli attac­chi per­so­nali. Detto que­sto, la Ley resorte che regola la comu­ni­ca­zione fun­ziona come in gran parte degli altri paesi del mondo, negli Stati uniti e in Europa: nes­suno può isti­gare all’omicidio del pre­si­dente, isti­gare alla vio­lenza, deni­grare le donne, inci­tare all’odio raz­ziale. Il rischio è piut­to­sto quello che per con­tra­stare la guerra media­tica – arti­co­lata in modo mas­sic­cio a livello locale e inter­na­zio­nale — si chiuda la strada allo svi­luppo del poten­ziale alter­na­tivo; che lo stato si lasci coop­tare o ricat­tare dal set­tore pri­vato o si lasci influen­zare nelle sue deci­sioni dalla sfera media­tica. In Vene­zuela non c’è uno stato omo­ge­neo, le forme del vec­chio stato “bor­ghese”, per dirla con le parole del pre­si­dente Maduro e dei mili­tanti di base, con­ti­nuano a esi­stere. Per for­ma­zione, abi­tu­dine o estra­zione sociale molti fun­zio­nari non cre­dono o non faci­li­tano la par­te­ci­pa­zione popo­lare. Per que­sto, mi viene da ridere quando i grandi media par­lano di «tota­li­ta­ri­smo boli­va­riano in mar­cia». Biso­gna invece raf­for­zare la lotta con­tro il lati­fondo media­tico, che accom­pa­gna quella dei movi­menti sociali come i Senza terra in Bra­sile, in tutta l’America latina. Abbiamo con­tro un potere media­tico tal­mente con­cen­trato che cerca di con­trol­lare idee e desi­deri della popo­la­zione sia negli spazi nazio­nali che a livello glo­bale, e che eser­cita una pres­sione ideo­lo­gica su qua­lun­que lotta sociale. Lo dico con rispetto, ma si è mai chie­sta per­ché un gior­na­li­sta di sini­stra dalle vostre parti se deve par­lar bene della rivo­lu­zione boli­va­riana si sente in dovere di pre­met­tere che lui non è dog­ma­tico e che è anche capace di cri­tica? La libertà di stampa, in Europa, coin­cide con la libertà d’impresa e con una falsa con­ce­zione del plu­ra­li­smo, tipica del gior­na­li­smo asser­vito al potere.

2015, sussulti e tumulti. Cosa spaventa i poteri forti mondiali?

Di Geraldina Colotti per Caracas ChiAma. 11000526_437590343073103_4428684316399498701_n

“La minaccia del chavismo”. L’etichetta utilizzata da certi media spagnoli per presentare gli articoli contro il partito Podemos racchiude perfettamente il senso del gigantesco attacco dispiegato contro il Venezuela bolivariano. Minaccia per chi, se il Venezuela di Chávez e Maduro non ha mai sganciato droni né inviato truppe d’occupazione?

Basta sostituire “chavismo”con “socialismo” e tutto diventa chiaro: la minaccia per i grandi potentati economici, per gli interessi delle classi dominanti a cui il chavismo ha messo un po’ di museruola. La paura dell’esempio, per quanto diluito e lontano dalla Grande Paura della rivoluzione bolscevica del 1917, che ha fatto tremare la borghesia per settant’anni.

Dall’89 in poi, vecchi e nuovi padroni delle ferriere pensavano di averla fatta finita davvero. E invece no, la minaccia è ricomparsa dall’interno del proprio “cortile di casa”, l’America latina. Addirittura dallo “scombinato” – ma petrolifero – Venezuela, pronto per essere impacchettato e servito secondo il modello Fmi. Una ricetta ampiamente assaggiata dalle classi popolari durante la rivolta del Caracazo del 27 febbraio 1989: circa 3.000 morti per le pallottole di militari e polizia scatenati dal governo di Carlos Andrés Pérez (A.D, centrosinistra).

Per la cronaca, a Caracas allora governava l’attuale sindaco metropolitano Antonio Ledezma, che rispose col piombo al popolo in cerca di pane: “Mano di ferro contro gli incappucciati”, dichiarava ai giornali in nome della democrazia modello Fmi.

Dopo aver complottato contro il governo Chávez nel golpe del 2002 ed essere poi stato amnistiato, Ledezma passa dalla parte degli “incappucciati”, che oggi animano la “rivolta dei ricchi” contro il socialismo. Per i grandi media, diventa così un campione di democrazia, mentre il governo Maduro viene presentato come “un regime” autoritario che viola i diritti umani. A furor di penna e sull’onda di una gigantesca velina di polizia, eversori e golpisti vengono trasportati nell’Empireo delle Vittime Meritevoli, mentre una democrazia votata e confermata per 15 anni e 19 elezioni, viene dipinta come una dittatura allo sbando, incapace di contenere al suo interno gli anticorpi di un’opposizione pacifica.

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La triplice alleanza imperialista “Madrid-Bogotá-Miami” e il dibattito rivoluzionario.

MarchaVenezuelaserespetadi Geraldina Colotti per CaracasChiAma

E’ partita la grancassa mediatica contro il socialismo venezuelano. Un’operazione che rafforza “l’asse Madrid-Bogotá-Miami”, denunciato dal presidente Nicolás Maduro in riferimento al tentato golpe di alcuni ufficiali ed ex ufficiali dell’aviazione, fomentati dalle destre oltranziste. A dare il là è, come sempre, un editoriale del quotidiano madrileño El Pais. Il tono e il merito si annunciano fin dalle prime righe: denunciano “la detenzione brutale” del sindaco della gran Caracas Antonio Ledezma, arrestato il 19 febbraio per presunta complicità con i golpisti. La detenzione di Ledezma – chiarisce El País – è “inaccettabile per il suo significato politico e non può essere giustificata in alcun modo”: neanche con le “teorie cospiratorie” riferite da Maduro.

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In manette il sindaco di Caracas

Venezuela. Arresto eccellente nell’ambito dell’inchiesta sull’«operazione Gerico». Antonio Ledezma chiamato in causa dagli altri arrestati per il tentato golpe anti Maduro

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Svolta nell’inchiesta sull’operazione Gerico, il ten­tato golpe in Vene­zuela. La magi­stra­tura ha ordi­nato l’arresto del sin­daco della Gran Cara­cas, Anto­nio Lede­zma, lea­der del par­tito di oppo­si­zione Alianza Bravo Pue­blo. Nella notte di gio­vedì, gli agenti del Sebin – il Ser­vi­zio boli­va­riano di intel­li­gence – hanno fatto irru­zione nel suo appar­ta­mento in Torre Exxa, nel muni­ci­pio Cha­cao. Una zona di classe medio alta, gover­nata dall’opposizione e ful­cro delle pro­te­ste vio­lente scop­piate il 12 feb­braio dell’anno scorso (43 morti e oltre 800 feriti). Quest’anno avrebbe potuto finire anche peg­gio se fosse andata in porto l’operazione Gerico, che – secondo i rap­porti di intel­li­gence — pre­ve­deva il bom­bar­da­mento dall’alto delle prin­ci­pali sedi poli­ti­che gover­na­tive e l’uccisione del pre­si­dente Nico­las Maduro.

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IL GOLPE SVENTATO E LA FORMULA “MAGICA” DEL 31F.

Il nuovo editoriale di Geraldina Colotti per Caracas ChiAma.

Prove di golpe in Venezuela. Un gruppo di ufficiali dell’aviazione, in combutta con personaggi diell’opposizione e solidi appoggi in Nordamerica, progettava di uccidere il presidente, bombardare Miraflores e prendere la guida del paese, confidando in una nuova esplosione di guarimbas (micidiali tecniche di guerriglia di strada inventate dall’estrema destra). Questa la denuncia di Nicolas Maduro, che ha diffuso i particolari del piano con tanto di mappe, nomi e cognomi. Un carnevale di sangue nel Carnevale in corso in Venezuela.

Sull’efficacia di un pianosimile, per fortuna, è lecito dubitare. Quell’aereo Tucano “importato dall’estero” per sganciare gli ordigni avrebbe fatto poca strada nei cieli della capitale: per la reazione delle Forze armate, nella stragrande maggioranza leali algoverno, e per quella del popolo venezuelano, sempre allerta in momenti di crisi come quella attuale.

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Venezuela, il manifesto dei golpisti per il ritorno al passato

Caracas. I movimenti si mobilitano dopo il golpe sventato.

di Geraldina Colotti, il Manifesto – 14.2.2015

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Le Forze armate venezuelane esprimono lealtà al socialismo

Dall’America latina, all’Europa, sini­stre e movi­menti sociali si mobi­li­tano per soste­nere il Vene­zuela di Nico­las Maduro, dopo la sco­perta del colpo di stato sven­tato dall’intelligence. Anche Erne­sto Sam­per, segre­ta­rio gene­rale dell’Unione delle nazioni suda­me­ri­cane (Una­sur), nono­state rap­pre­senti un governo di tutt’altro segno (quello del colom­biano Manuel San­tos), ha affer­mato: «Le pos­si­bi­lità di un golpe mili­tare in Vene­zuela rive­lano una pre­oc­cu­pante esca­la­tion di vio­lenza con­tro la sua demo­cra­zia». L’organismo regio­nale ha come prin­ci­pale con­se­gna pro­prio quella di tute­lare i governi demo­cra­tici che ne fanno parte, e così Sam­per ha espresso l’appoggio dell’Unasur al pre­si­dente Nico­las Maduro.

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Caracas, sventato golpe contro Maduro. L’opposizione attacca, 8 feriti

Venezuela. A un anno dagli scontri violenti, riprendono le proteste

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Geraldina Colotti, il Manifesto – 13.02.2015

In Vene­zuela, sven­tato un ten­ta­tivo di golpe con­tro il governo di Nico­las Maduro. Gli ana­li­sti Cia ave­vano visto giu­sto, anti­ci­pando una situa­zione di pro­te­ste e rischio di vio­lenze. E pour cause, secondo Maduro, visto che all’origine del ten­ta­tivo desta­bi­liz­zante, vi sareb­bero — come da copione — gli Usa. Si è trat­tato — ha spie­gato il pre­si­dente socia­li­sta — «di un ten­ta­tivo di ser­virsi di un gruppo di uffi­ciali dell’aviazione mili­tare per pro­vo­care un attacco, un atten­tato». Un piano deno­mi­nato “Ope­ra­zione Gerico” che pre­ve­deva di bom­bar­dare, oltre al palazzo pre­si­den­ziale di Mira­flo­res, a vari mini­steri e al muni­ci­pio della capi­tale, anche la tele­vi­sione Tele­sur, sem­pre al cen­tro degli attac­chi vio­lenti dell’estrema destra di opposizione.

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Venezuela, arrestati imprenditori farmaceutici. E loro: «Troppe garanzie agli operai»

—  Geraldina Colotti, 4.2.2015

Caracas. Il paese festeggia la ribellione civico-militare guidata da Chavez nel 1992

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Si può senz’altro cri­ti­care la pro­pen­sione del governo vene­zue­lano alle denunce pub­bli­che circa i piani cospi­ra­tivi delle destre, nel paese e fuori: a forza di gri­dare «al lupo, al lupo», quando il lupo effet­ti­va­mente arriva, nes­suno accorre più. E inol­tre si rischia di aval­lare l’ampia e varie­gata pub­bli­ci­stica di oppo­si­zione che – in modo arro­gante e raz­zi­sta – tenta di dipin­gere come para­noico e auto­ri­ta­rio il governo (il “regime”) di Nico­las Maduro (per la cro­naca, il pre­si­dente viene chia­mato Maburro — ove burro signi­fica asino — per i suoi tra­scorsi ope­rai, e dipinto con una banana in mano, così come Cha­vez veniva rap­pre­sen­tato come scim­mia per le sue ori­gini indi­gene. Cir­co­lano foto­mon­taggi in cui lo si vede fare la fine di Ghed­dafi o di Sad­dam Hus­sein, ecce­tera, ma nes­suno è mai andato in galera per que­sto). In que­sti giorni, Maduro ha accu­sato il vice­pre­si­dente degli Stati uniti, Joe Biden, di favo­rire piani desta­bi­liz­zanti. E si può pen­sare che la poli­tica di Barack Obama nei con­fronti dell’ex «cor­tile di casa» non sia quella del suo pre­de­ces­sore: niente golpe, tutt’al più una “dop­pia morale” (da una parte aper­tura – per quanto avve­le­nata – nei con­fronti di Cuba, dall’altra san­zioni al Vene­zuela che di Cuba è alleato e che, come Cuba, non rin­nega il socia­li­smo). E d’altro canto lo stesso Maduro con­ti­nua a cer­care il dia­logo con gli Usa e, in una let­tera inviata a Obama, ha accu­sato la «mafia di Miami» di essere all’origine delle cospirazioni.

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Venezuela. Nicolas Maduro chiede a Unasur di mediare con gli Usa

Geraldina Colotti, 6.2.2015

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Dalla Cia, un annun­cio inquie­tante: in Vene­zuela, il governo di Nico­las Maduro dovrà pre­sto veder­sela con una nuova ondata di pro­te­ste vio­lente. Lo ha soste­nuto il diret­tore dell’intelligence del dipar­ti­mento della difesa Usa, Vin­cent Stewart, davanti alla Com­mis­sione per gli affari mili­tari della Camera dei rap­pre­sen­tanti. «Pre­ve­diamo che, nel 2015, le orga­niz­za­zioni stu­den­te­sche e l’opposizione poli­tica orga­niz­ze­ranno pro­te­ste nei mesi pre­ce­denti le ele­zioni legi­sla­tive», ha detto il gene­rale a tre stelle illu­strando «le minacce mon­diali» che devono affron­tare gli Stati uniti. «Siamo un po’ pre­oc­cu­pati — ha aggiunto — per le ele­zioni che si devono svol­gere in Vene­zuela (a dicem­bre, ndr) e quel che potrebbe signi­fi­care in ter­mini di vio­lenza e vio­la­zione dei diritti umani». Nel feb­braio del 2014, per alcuni mesi, il governo è stato messo alla prova di mani­fe­sta­zioni vio­lente pro­ve­nienti dai quar­tieri agiati del paese e dai muni­cipi gover­nati dalla destra. Il saldo è stato di 43 morti e 800 feriti, in gran parte vit­time delle trap­pole da strada (le gua­rim­bas) messe in atto dai gruppi di estrema destra. Pro­te­ste per chie­dere la cac­ciata di Maduro dal governo a furor di piazza, anti­ci­pate dalle vio­lenze post-elettorali seguite alla sua ele­zione a pre­si­dente. Sia la Camera che il Senato Usa hanno però votato un pac­chetto di san­zioni a fun­zio­nari del governo vene­zue­lano «col­pe­voli di aver vio­lato i diritti umani dei mani­fe­stanti» e Obama le ha rati­fi­cate. Per ora sono stati vie­tati i visti di ingresso negli Usa a 56 alti respon­sa­bili del governo Maduro.

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Venezuela, il governo occupa un’impresa Usa

di Geraldina Colotti per Il Manifesto

Venezuela. Il vicepresidente e gli operai riaprono le fabbriche di detersivo della Clorox

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Le fab­bri­che chiu­dono? Governo e ope­rai for­zano le ser­ra­ture e le ria­prono. Fun­ziona così nel Vene­zuela socia­li­sta, dove la parola dei lavo­ra­tori si fa sen­tire, senza biso­gno di ridursi a lamento tele­vi­sivo. Ha fun­zio­nato così nelle due sedi della com­pa­gnia sta­tu­ni­tense Clo­rox, negli stati di Miranda e Cara­bobo. «Abbiamo aperto i luc­chetti e siamo entrati. Gli impren­di­tori se ne sono andati lasciando un loro rap­pre­sen­tante in Argen­tina e un avvo­cato qui da noi», ha detto ai gior­na­li­sti il vice­pre­si­dente della Repub­blica, Jorge Arreaza che ha accom­pa­gnato gli ope­rai. Pochi giorni fa, l’impresa aveva lasciato tutti a casa: lamen­tando restri­zioni impo­ste dal cha­vi­smo, inter­ru­zione nella for­ni­tura del mate­riale e insi­cu­rezza eco­no­mica. Gli ope­rai ave­vano pro­te­stato bloc­cando il traf­fico e ave­vano chie­sto l’intervento del governo.

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